pensieri ritrovati

– La città amata, quella in cui  vogliamo restare per sempre, a cui sempre vogliamo tornare, è  come la persona che amiamo: irraggiungibile, segreta. Non sarà mai nostra nella sua totalità,  ne conosceremo solo quello che vorrà mostrarci, che potremo accostare. Eppure da questo deriva l’infinità e l’insaziabilità dell’amore.

– Non è il pensiero della morte a intristire, ma il disordine che la morte lascia alla vita che continua, i segni opachi della nostra esistenza.

– Il silenzio è stracolmo di tutte le parole che non diciamo, che non ci riesce di dire.

– Un giorno verrà qualcuno ad annunciare che la vicenda è conclusa e noi l’ascolteremo, finalmente arresi. Come il messaggero di Kafka dovrà traversare le mille porte che abbiamo serrato dietro di noi,  a difesa delle nostre paure.

 

Che ne è dei pensieri rifuggiti o rifiutati

– 19,giugno 2013. Immaginiamo un luogo in cui finiscano i nostri pensieri rifuggiti o rifiutati. Un luogo sconfinato, in uno stato perenne di buio, dove di rado riluciono scaglie colorate e solo per attimi baluginanti. Perchè i pensieri felici, quelli vengono a blandirci, a distrarci e, solo quando un evento malevolo o una fatica eccessiva li interrompono, li infrangono, si allontanano inutilmente richiamati. Sono i pensieri che chiamiamo prima di avviarci al sonno che, a sua volta,  li disfa per condurci verso un torpore vuoto,  o incontro a sogni confusi. Ma i pensieri della fiducia in sè, dell’amore sicuro, del domani contento trascorrono veloci, subito interrotti dai venti della contraddizione, del dubbio, della paura. Un teatro interiore mai fermo, mai zitto. Eppure in questo il nostro essere vivi, questo andarcene lungo i giorni e le notti guardando, attendendo, cercando. Pensieri di pensieri!

Scoloriture apprezzabili

– 18 giugno 2013. Vi sono pensieri che turbano e altri che, in qualche misura e per un poco, rasserenano. Pensieri che passano come un turbine  lasciando annaspanti e storditi, pensieri che s’infiltrano come una sottile vena d’acqua che pian piano s’allarga e  annega e infradicia. Ci si può liberare dai pensieri difficilmente, salvo a respingerli e tramutarli in piacevolezze raggranellate dal timore di perdersi, in bugie e aggiramenti. Pare che di pensieri difficili, o solo molesti, siano inseguiti e perseguiti i più dei tanti che traversano la città, vanno a torme per le strade e nelle metropolitane, procedono sordi e ciechi nei trambusti. Altrimenti perchè tapparsi gli orecchi con cuffie leggere che portano musiche stranianti, perchè negarsi a quel che il mondo nel bene e nel male  pone intorno e dietro e avanti? Forse molto di quello che ci si propina o ci si procura anche con fatica serve a non pensare, a non farsi toccare da pensieri che dicono la brevità, la fragilità, la pochezza. Infine, pensare i pensieri, che impresa, che rischio!

pensieri incolori

– Pensieri incolori perchè non può nè deve aver colore il pensiero, pena la  strettura, l’ avviticchiarsi a una sola verità-apparenza. Raggiunto un pensiero, conquistato o ghermito, ancora ebbri della conquista si parte per accrescerlo o smentirlo. Un viaggio interminabile, in questo la sua vivezza e necessità.

– A chi assomigliarlo questi che parla e cammina, a quale modello-idea-sogno- progetto? in quale specchio trovarlo, in quale spazio stretto fra il sogno e la veglia, fra il raggiro e l’attesa? E chi somiglia a questo? nemmeno lui stesso sa dove cercarsi, in quale distanza posarsi.

– Raggiungere l’intento ( la felicità?) pensandola ferma, durevole, eterna.

– E’ spettacolo fra i più penosi la vanità che perdura nell’età avanzata. Prova la definitiva incapacità di comprendere la misura dell’esistente e, dunque, si nega – per cecità ed egoismo – all’intelligenza che è legame con la cosa e con il mondo.

– Il nostro non è tempo di padri, al più di fratelli inquieti e scontenti. Quando il padre, nel desiderio del figlio, è colui che spiega, addita, protegge, accompagna.

– democrazia è anche voglia e pratica di distruzione: che vengono, l’una e l’altra, dal pensiero e dal timore di non essere uguali ( in questione di potere, felicità, bellezza: non più che fantasmi, ma tali da pervadere di scontentezza, da sottrarre certezze e invalidare misure.)

– cercare spazio nelle stretture, proprie, intime, coltivate nell’insicurezza e nell’urgenza di erigersi su un qualche poggiolo, e vedere e sentire che il mondo è uno spazio comune e che dobbiamo starci , amando e accettando come un molto e un meglio quel che ci è toccato e ci tocca. In una pacificazione che  fa crescere dentro e intorno.

– Sentire nostalgia significa forse il desiderio di tornare là dove non si è visto e vissuto abbastanza.

– Ulisse torna per affrontare un nuovo presente. Dante lo fa ripartire perché lo reputa degno di rendersi ancora vivo.

– Il passato ci ha resi quel che siamo; il futuro attende impoverisce, promette. Ma il presente chiede, per essere vissuto, tutta la nostra energia ed attenzione. Così che memoria e attesa si disfano nello stare, nell’agire.

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– Ci danno lezione di scaltrezza, con tono inappellabile di maestri, esemplari, e noi, ammutoliti, arriviamo a vergognarci del nostro non saper stare nei commerci, di non saperci districare fra le menzogne. Questo in loro presenza, poi nemmeno più quello smarrimento, quella vergogna. Solo una cupa invincibile solitudine. E l’inerzia.

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Gli elogi in eccesso risultano offensivi, anche umilianti, quanto i troppi biasimi.

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L’amore.

V’è una vertigine – quando la persona che più amiamo e di cui tanto abbiamo paventata la partenza, si sta allontanando. Una vertigine che prende ed è un’irragionevole felicità; ma non è mai ragionevole la felicità.

– Ma l’amore, non è egli stesso un peso, un’impresa, una fatica? Se è uscire verso l’altro, volerne la corresponsione, patire attendendo, esaltarsi desiderando. Insomma, stare più acutamente e intensamente nella vita, ogni istante cercando la pienezza dell’amore, ogni istante temendone la sparizione, la perdita.

– Così, quella vertigine sarebbe una smisurata, quasi inconsapevole, mai chiesta liberazione? Come tornare nudi e vuoti, liberi!

– L’amore, pieno, durevole, succede all’ebbrezza dell’innamoramento e all’ardore della passione; ma, per goderne, occorre aver superato le pretese, non mai trascurando le attese.

– Amore e non amore sono strettamente legati. Ché un amore pieno e uniforme genera abitudine, noia, nei casi migliori affetto e spesso bisogno dell’altro. Dove quell’alternanza e vicinanza rendono vivo il legame che si maledice e si teme, e che a momenti riaffiora vivo e nuovo a stupire.

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Non pochi, fra quanti hanno legiferato con autorità sul niente e sulla negazione, proprio su quel vuoto hanno costruito la loro considerevole presenza.

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Un dialetto adoperato oltre se stesso, a esprimere quel che – per sua stessa natura e storia e radice- non può e non sa dire. Ne risulta forzatura ed enfasi. Altra letterarietà.

-Lingua della  nostalgia, di un tempo passato, consumato. E il lettore, quando ne coglie le grazie e le forze, si trova visitatore di museo, raccoglitore di strumenti divenuti inutili, anche se cari e rimpianti.

L’unica lingua per la poesia, per fare poesia, è la lingua viva, di tutti, del tempo in cui si muove, cresce, si spande, insegue le significanze, si tocca.

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L’ineffabilità dei brutti. L’atteggiamento di chi possiede e ostenta la bellezza.

L’odio, alla fine, è solo disprezzo, rancore, odio per se stesso: per l’invidioso.

Dalla città in fiamme il filosofo esce senza bagaglio. Spiega a chi lo interroga che porta tutti i suoi beni con sé, vuol dire dentro di sé. Pochissimi arrivano a tanto. E pure tutti escono nudi dalla vita: per costrizione.

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Ci si sfinisce di accuse e di contrasti. Nelle famiglie e nelle nazioni. Quando mancano ormai le forze per agire. Metafora tuttora validissima quella abusata dei polli di Renzo portati ad Azzeccagarbugli.

Le guerre sono approvate e inneggiate soprattutto da coloro che sono certi di non andarvi.

Il nostro non è tempo di padri, ma al più di fratelli inquieti e scontenti. Quando il padre, nel desiderio del figlio, è colui che spiega, addita, protegge, accompagna.