Intervista a Ignazio Gori –

ELIO PECORA: risposte a Ignazio Gori  (pellicanobeat@libero.it)

-IL SUO ESORDIO RISALE AL 1970, CON “LA CHIAVE DI VETRO” PUBBLICATA DA CAPPELLI. MA IN QUALI CIRCOSTANZE LE SONO GIUNTE LE PRIME ISPIRAZIONE POETICHE?

– Ho scritto la mia prima poesia a quattordici anni, andando in bicicletta lungo un viale alberato, in vista di campagne e di colli,  d’estate, nel paese nativo in cui tornavo per le vacanze.  Da allora ho scritto molti versi, in gran parte distrutti intorno ai vent’anni.  Quelle prime scritture seguivano e si accompagnavano a tante e  diverse letture. Già dagli inizi la scrittura fu per me ricerca di chiarezza e di stile. Volevo raggiungere gli altri, il mondo,  e trattenerli con le mie parole.

LEI E’ NATIVO DI SANT’ARSENIO, IN CAMPANIA, E SOLO DOPO MOLTE PEREGRINAZIONI E’ GIUNTO A ROMA NEL 1966. QUAL E’ LA ROMA CHE HA TROVATO, SOPRATTUTTO LA ROMA LETTERARIA CHE L’HA ACCOLTA?

  Sono arrivato a Roma da Napoli, dove avevo trascorso l’ infanzia e una lunga adolescenza. Venivo da una grande città e solo dopo un breve soggiorno in Svizzera. Le vere peregrinazioni erano avvenute nella mia prima infanzia, seguendo mio padre ufficiale della Marina Militare che, dopo anni e anni di servizio sul mare, fu chiamato a destinazioni terrestri prima in Grecia, in un’isola del Dodecanneso, poi in Liguria a Spezia.

Nel 1966 avevo trent’anni, possedevo un bagaglio notevole di cultura letteraria, non solo italiana. Mi comportavo con spregiudicatezza e con  raro disinteresse: da sempre miei caratteri portanti. Il caso volle che, nel primo anno romano, per sopravvivere lavorai nella libreria Bocca di piazza di Spagna, frequentata da scrittori e da artisti. Erano in molti a fermarsi a parlare con me di libri e non pochi vollero incontrarmi fuori di quel luogo. Il resto venne da sé. L’uno parlava di me all’altro e il cerchio si allargava. Non era facile restare in quel cerchio, in pochi riuscivano appena a farvi capolino.  Occorreva aver doti tali da  incuriosire, interessare, procurare amicizia e, nel mio caso, anche un affetto durevole.  Era quella una Roma ancora assai viva. Scrittori, poeti, pittori, musicisti, attori, s’incontravano quasi quotidianamente nei  caffè del Centro  e nelle trattorie, e si discorreva, ci si confidava, si arrivava anche ai contrasti ma per vedersi il giorno seguente. V’era un rapportarsi all’altro che di sicuro arricchiva l’opera di ognuno. In quegli anni vidi molto teatro, molto cinema soprattutto nelle sale d’essai, un numero considerevole di mostre nelle tante gallerie d’arte, partecipai a feste e a presentazioni, cominciai presto a scrivere per settimanali e per giornali e questo mi venne subito dopo che il mio primo libro ( nel quale era confluita una parte di quel che aveva riempito i miei quaderni di appunti e i diari tenuti negli anni napoletani) cominciò a ciircolare prima fra piccoli gruppi in dattiloscritto quindi in libro edito da Cappelli. Quel libro mi portò l’amicizia di Elsa Morante e, dopo di lei, di Bellezza e di Moravia, di Palazzeschi e della Rosselli. Per nominarne solo alcuni. Potrei in definitiva affermare che la società romana, non solo quella letteraria, mi accolse  amorevolmente e io accolsi lei con affetto, ma anche con modi franchi e, lo ripeto, estranei da ogni dipendenza e interesse.

QUAL E’ STATO IL POETA CHE PIU’ DI TUTTI L’HA INFLUENZATA, STILISTICAMENTE E/O UMANAMENTE?

– Sono numerosi i poeti, ma anche gli scrittori, i filosofi, i saggisti che ho letto e amato. Ma quelli che mi hanno formato, quelli che hanno vigilato sui miei inizi, e dai quali non mi sono mai separato, sono stati i  poeti latini e i greci. Ne amavo e ne amo la limpidezza della scrittura, l’esattezza della parola, il vigore della sostanza. Insieme a loro il mio nume centrale è stato ed è Leopardi, quello dei grandi idilli e dello “Zibaldone”, uomo della conoscenza e dell’emozione, della scrittura che incanta e che vivifica anche dove geme e denuncia. Dopo sono venuti Saba e Montale, Auden ed Eliot, fino a Penna e a Brodskij. Molto poi mi Hanno influenzato in giovinezza, e sono rimasti miei riferimenti ineludibili, il Max Frisch e il  Gombrovicz dei diari, il Giorgio Colli dei presocratici, il Nietzsche dell’”Al di là del bene e del male”, L’Henry Miller de “I tropici”. Il fatto è che continuo tuttora a cercare nutrimenti nei libri del passato e del presente.

PARTENDO DAL CASO DI SANDRO PENNA, DEL QUALE SI E’ A LUNGO OCCUPATO SCRIVENDONE LA BIOGRAFIA “SANDRO PENNA: UNA CHETA FOLLIA”, SECONDO LEI LA POESIA E’ ANCHE UNA SCELTA DI EMARGINAZIONE SOCIALE?

Non lo credo per niente, Credo piuttosto che il poeta, se è tale, sta dentro una sua solitudine anche mentre si muove fra gli altri. IL suo conoscersi poeta è avvenuto quando ha sentito la sua diversità, il suo bisogno profondo di consegnare all’opera e al mondo quanto è giunto a percepire. Penna non è mai stato emarginato, già dalle prime poesie è stato riconosciuto nei suoi talenti da Saba e da Montale, dall’Italia Letteraria che nel 1932 pubblicò in prima pagina le sue prime  poesie, da Ancheschi che nel ’39 ne scrisse entusiasta, da Pasolini che lo poneva più in alto di qualsiasi altro poeta vivente. Certo di poesia non si vive, non vi sono eccezioni. E Penna non se la sentì di vivere con lavori letterari e si dedicò a vari commerci, ultimo dei quali  nelle opere d’arte, e così ebbe in casa e vendette oli, disegni, incisioni dei maggiori artisti del tempo: che un po’ gli donavano, un poco gli vendevano a basso prezzo le loro opere. Se parliamo di emarginazione sociale tutti i poeti ,di ieri e di oggi, vivono emarginati da una società ignorante e superficiale, che guarda alla poesia come a un bene inutile.

-LEI SI SENTE POETA IN CHE SENSO?

-Nel senso che credo in quel che ho scritto e scrivo come un bene che consegno al lettore attento, e lo consegno per restituirlo. Soprattutto credo nella poesia, in quella del passato e della contemporaneità, e vi credo così tanto che da un trentennio vado per scuole a parlarne con gli studenti,  dirigo da dieci anni  una rivista di poesia in cui accolgo quel che reputo il meglio della poesia italiana e straniera e degli studi sulla poesia, ho inventato decine di incontri pubblici e letture di poeti anche grazie ad amici che mi hanno prestato teatri, bar, gallerie,  ho curato antologie di poesia. Il senso sta in questo mio fare e nella coscienza che ho del mio bisogno di estendere un tale bene .

 -IO HO CONOSCIUTO DI PERSONA ALDA MERINI. MI SAPREBBE DIRE IN CHE MISURA LA FOLLIA, INTESA IN SENSO LATO, IMPLICA LA FIGURA DEL POETA?

– Sono stato molto amico di Amelia Rosselli che, quanto a follia, vi si è mossa molto più ampiamente e proficuamente della Merini. La quale, per sua stessa ammissione, era stata rinchiusa in un ospedale psichiatrico  per una serie di sviste e di prepotenze.  Non v’è traccia di follia nelle poesie della Merini. In quelle della Rosselli la follia è linguistica, ma è fatta di accensioni musicali che furono la sua prima e maggiore dote. Potremmo parlare del demone socratico che invadeva l’una e l’altra quando si lasciavano all’estro. Ho assistito a qualche invasamento della Merini, una volta di persona in casa mia in un’ora prossima all’alba, due volte al telefono. Non era più che un lasciarsi andare alle parole che le venivano da una strumentazione appresa giovanissima dai libri sacri e dalla poesia maggiore. Della Merini potrei ricordare un’episodio di allegra scaltrezza.

 -COME RECENSORE, CRITICO ED EDITORE DI POESIA, COSA SIGNIFICA PER LEI  OCCUPARSI ANCORA DI POESIA IN UN PAESE OSEREI DIRE QUASI “SPOETATO”?

– Per l’esattezza ho scritto lungo più di un trentennio di letteratura nelle sue varie forme e, dunque anche di poesia. Me ne sono occupato come un lettore appassionato e come un onesto cronista, più che come critico. Editore non sono mai stato. Dirigo “Poeti e Poesia”, e sono grato all’editore di Pagine che me la lascia fare in totale autonomia. Non parlerei di paese spoetato visto che  si contano a decine di migliaia gli autori di versi e versicoli. Ricevo quasi ogni giorno libri e libretti di versi, basta solo scorrerne qualche pagina  per saggiarne l’inconsistenza. Quel che manca a grandissima parte di questi aspiranti poeti è proprio la conoscenza della poesia, di quella che deve servire a modello e  misura. Potrei parlare di ingenuità, in troppo casi è solo vanità e ignoranza. Aggiungo che in questi ultimi anni sono molto cresciute le pubblicazioni “poetiche”,  una moltitudine pretende gli allori.  La poesia resta “rara avis”, un bene per pochi dotati e disposti a una lunga spossante ricerca interiore e a un testardo esercizio espressivo.

-HA UN AUGURIO DA RIVOLGERE IN PARTICOLARE ALLA POESIA CONTEMPORANEA, E A QUELLA EDITORIA, SEMPRE PIU’ RISICATA, CHE SE NE OCCUPA?

– Non possiamo pretendere che l’editoria si adoperi per la poesia, quando è così poco letta e acquistata. Gli stessi poeti più riconosciuti sanno che i loro libri circolano fra poche centinaia di persone.  In queste condizioni che altro augurare se non che quanti dicono di amare la poesia anzitutto se ne nutrano, ne comprendano la necessità, la amino in ogni caso prima delle loro vanità e pretese.

 

 

 

 

 

 

 

 

Risposte a Francesca Dididi (2012)

risposte a Francesca Dididi

 

1. Come vive il suo mestiere di scrittore? O meglio, scrivere è un mestiere?

 

Lo vivo come la vita che mi sono scelta, per talento, inclinazione, consapevolezza. Ho cominciato nell’infanzia ad amare i libri e le parole. Ancora ragazzo ho voluto anch’io consegnare con la scrittura quel che vedevo e sentivo di me stesso e del mondo. Da allora non ho smesso.

Scrivere non è un mestiere se ogni giorno, ad ogni frase, si è davanti al vuoto e al dubbio, alla ricerca della parola  esatta, all’urgenza di raggiungere l’espressione.

 

2. Si è mai chiesto cosa sia, quale forza la spinga a comporre?

 

– Vale ancora quel che affermava Socrate. Un demone si muove dentro, fra mente e cuore, e spinge ed esalta e atterrisce. Soprattutto per la poesia, il primo verso va formandosi misteriosamente, gli altri vengono dipanando quel che quel primo verso ha segnato e tracciato. Si scrive per necessità, per consegnarsi nella scrittura all’altro da sé e agli altri. Si scrive per sciogliersi da quanto s’è visto e compreso e poter proseguire più leggeri verso altre gravezze.

 

3. C’è davvero un qualche sentimento da cui nasce l’ispirazione? E quale è?

 

  Credo ancora che la migliore definizione della poesia è stata data da un matematico  del Settecento, Tommaso Ceva: < La poesia è un sogno fatto all’ombra della ragione.> Di fatto chi scrive deve non solo molto sognare, ma anche uscire dal sogno per intenderlo, interpretarlo, districarlo, e sapere che trascende il sognatore e va verso tutto e tutti per significarsi.

Quello che detta il demone, che possiamo chiamare ispirazione, viene dal profondo di noi. Ma questa profondità si svela a chi sa affrontare domande, tentare risposte, procurarsi strumenti affinati e affilati per arrivare a vedere di più, a sentire di più.

 

4. È difficile fare poesia oggi?

 

– La poesia ha sempre parlato a una minoranza, che oggi è più numerosa del passato. I poeti sono pochi come sempre. Moltissimi sono i versificatori. Per distinguere la poesia, da quella che si spaccia per tale, occorre lavorare fin dagli anni della scuola sul proprio gusto: che si assume frequentando i grandi poeti del passato prossimo e remoto, leggendo quel che alcuni dei poeti maggiori hanno riflettuto sulla poesia, imparando a riconoscere la qualità della forma e la ricchezza e complessità della sostanza.

Oggi la confusione è tanta e il gusto di troppi sta fra rozzezza e ingenuità.

 

5. Ritiene che la poesia conservi il suo posto nel mondo?

 

– Si parla molto di poesia anche nel nostro confuso presente. Purtroppo sono ancora pochi i lettori, contro i molti che pretendono di scriverne. Da parte mia ritengo che oggi la poesia, in un tempo di atonia sentimentale, di sordità dei sentimenti,  può aprire le nostre porte interne, dare le parole chiare ed esatte a quel che ognuno si porta dentro di inquietante e inespresso, risvegliare sensazioni ed emozioni, decuplicare la nostra attenzione e la nostra intelligenza del mondo e degli altri.

 

6. È cambiata, si è evoluta la figura del poeta?

 

Non vedo in che dovrebbe evolversi. Piuttosto dovrebbe evolversi la società che ancora oppone alla poesia tanta indifferenza e ignoranza. Non vedo in che si possa essere evoluto Montale rispetto a Leopardi, e Leopardi rispetto a Lucrezio o ad Omero.

 

7. Secondo lei, chi fa poesia può essere considerato un eletto?

 

  Di sicuro un eletto da se stesso a un esercizio così arduo che è pure un dono e un destino. Certo in una civiltà attenta alla qualità  il poeta dovrebbe essere ritenuto un bene da rispettare.

 

 

8. Quanto c’è di umano nella poesia? E di divino?

– La poesia è solamente umana, direi terrestre. Al momento non ne conosciamo altra. Che possa attingere al divino, ossia a quella larga parte di mistero che ci circonda, anche questo viene dal suo stare nell’umano che sogna, desidera, s’interroga sul tempo e sulla morte, si guarda nell’infinità degli spazi fra stupore e paura.

 

 

9. Sente il legame con i suoi padri letterari?

 

– Ho già precisato che ho cominciato a scrivere perché assai presto sono stato attratto dai libri che leggevo, dagli autori che mi mostravano la strada della scrittura che arriva ad esprimersi . Di padri potrei nominarne tanti, anzitutto quei pensatori di cui mi sono invaghito nella mia adolescenza, che vanno da Montaigne a Max Frisch, e prima ancora i poeti greci e latini, e in sommo grado Leopardi e  Saba , dei quali porto nella mente opere, immagini, pensieri. Senza padri, nella poesia come in ogni altra arte e professione, non si hanno radici e non si possono avere frutti.

 

 

10. Cosa significa, o comunque ha significato, per lei essere figlio?

 

Ho avuto un padre che navigava, che ho amato a mio modo e che ho visto assai poco. Ho cercato padri nei diversi scrittori e poeti ,ormai posti sugli altari, di cui sono stato amico caro e disinteressato, ma ho trovato solo fratelli. I padri li ho trovati negli autori che ho conosciuto solo nelle loro opere e  ho sentito e compreso che stavano consegnandomi il meglio di loro attraverso la parola distillata della poesia, attraverso il pensiero divenuto immagine limpida e necessaria. Essere padre significa consegnare i frutti della propria esperienza, volere che il figlio compia il suo viaggio giovandosi di quel che il padre gli lascia.

 

12. In una sua composizione contenuta in Simmetrie, dal titolo (Impromptu), gli uomini vengono descritti mentre annaspano e si affaticano. È quindi la fatica la protagonista del nostro tempo?

 

– Non del nostro tempo, ma di ogni tempo.  Vale citare la parte iniziale della Bibbia? Vale leggere le storie passate. L’uomo è ancora e soprattutto nemico di se stesso. Ancora produce danni all’ambiente nel quale vive e ai suoi stessi figli. Non è protagonista la fatica, lo sono la confusione e l’ignoranza. Che  una piccola parte dell’umanità, oggi è una minoranza più folta, s’adoperi per il bene,  è innegabile e su questa e sulla sua crescita dobbiamo contare.

 

13. Si sente partecipe di quella stessa fatica che vede, oppure riesce a restarne fuori?

 

– Le fatiche non mi sono state risparmiate e non mi sono mai sottratto. Ma in ogni giornata della mia vita ho cercato e trovato  ore e istanti di allegria, di stupore, di godimento.

 

14. «Desiderio è mancanza» scrive lei in un suo verso de “ L’idea di stare”. Cosa crede che realmente manchi all’uomo?

 

– Gran parte dei mali dell’uomo viene dai troppi fantasmi che lo abitano e sono fantasmi che gli recano confusione e generano eccessi di attesa e di pretesa. Si tratta di quegli assoluti che stanno fuori di ogni realtà e di ogni possibilità. L’amore, la felicità, tenuti per beni sommi, sono equivocati. Non riconosciamo quel che sta toccandoci, non ne abbiamo cura, perché stiamo in perenne attesa di un più inaccessibile. La contentezza non è dell’uomo. Dunque il desiderio è mancanza, nel suo stesso etimo composto da de  privativo e sidera, stelle, ossia non avere il favore delle stelle. Si desidera quel che non si ha e non si avrà.

 

15. Ricorre nella sua opera la parola “ombre”. Cosa rappresentano esattamente per lei?

 

– Parola che sarà presentissima nel mio prossimo libro di poesia, di cui ancora ignoro la data di pubblicazione. E’ ombra che sta nella mente e nella nostra immaginazione, e parla con noi, vive dentro le nostre giornate. E’ la persona lontana o scomparsa che torna a manifestarsi,  ripete le sue verità e rende più chiare le nostre. Non è memoria, ma passato che si fa presente e lo accompagna. 

Intervista con Lieti

 

           Risposte a Biagio Lieti

     Lei ha pubblicato il suo primo libro, “La chiave di vetro” (Bologna, Cappelli), nel 1970. Cosa stava accadendo in quegli anni nel modo di scrivere poesia rispetto al decennio precedente, nel quale il rapporto tradizione-modernità era del tutto messo in discussione e il “valore universale e perenne” della poesia andava dissacrato e rifiutato? Crede che gli anni sessanta abbiano segnato davvero una rivoluzione da questo punto di vista? Oppure sono stati gli anni successivi, il così detto post-sessantotto, a sancire definitivamente quella rivoluzione, attraverso un confronto più distensivo e libero (forse anche liberatorio) con il passato?
      

Ho scritto quel libro durante un soggiorno in Germania, a Tunzerberg in provincia di Monaco e poi a Monaco, fra il gennaio e il luglio del 1968.  Fu quella la mia personale e definitiva rivoluzione, intanto che adolescenti e giovani europei si rivoltavano. In quel libro confluirono le mie esperienze, il mio bisogno di fare i conti anzitutto con me stesso e poi con la società e con il mondo in cui avevo vissuto e vivevo, le mie molte e onnivore letture che, dopo il tanto letto fin dalla prima adolescenza dei classici e dei moderni, allora si muovevano fra Virginia Wolf e Max Frisch, Gombrovicz e Butor. Non m’attraeva l’avanguardia, piuttosto lo sperimento che porta all’opera. Quel libro nacque come prosimetro, e ancora oggi riconosco che vi si palesarono i miei assilli e le mie ossessioni, il mio bisogno di interrogazioni illimitate e il rifiiuto della negazione così dominante nella cultura e nella letteratura novecentesca. Solo dopo ho saputo quanto fossi vicino, prima ancora che a Sandro Penna, al Saba della “serena disperazione”.  Tanto mi veniva dalle mie  prime letture di Nietszche, e prima ancora dal mio amore per la poesia dei latini e dei greci. Quel libro si chiudeva con un patto di fedeltà a me stesso, ed era il patto di restare nella vita. C’è un mio  versicolo che i miei critici-lettori continuano tutt’oggi a citare: < Io compio l’avventura di restare.>  Quel piccolo libro mi procurò  l’amicizia di Rodolfo Wilcock e di Elsa Morante, di Palazzeschi e di Amelia Rosselli. Ne scrissero in pochi, fu tra i finalisti di un premio allora in auge. Ma fu visto dai più come un’opera fuori del momento e di tutto quel parlottio che portò assai poco ai seguaci delle ultime avanguardie. Le dissacrazioni e i rifiuti di quegli anni, mi parvero eccessivi, anche mal recitati. In quegli stessi anni la poesia , di Bellezza, poi di Cucchi, riparlò di un io sofferente, disperso, e gli esercizi di un Giuliani, di un Balestrini parvero ai più attenti algide esercitazioni.  Certo, a ben comprenderli e adoperarli, quei movimenti resero più libero e vitale il confronto con il passato. Ma chi del passato volle spogliarsi, spesso affatto ignorandolo, provò soltanto la pochezza e la spoliazione. La vera rivoluzione di quegli anni, che condivisi perché quella rivoluzione l’avevo già operata dentro di me fin dagli anni della mia adolescenza napoletana e in solitudine, toccò piuttosto  la vita sociale delle donne, i costumi sessuali, il gioco delle nuove apparenze. Tuttora, nella società italiana, vediamo a quanto poco sia valso davvero quel rivoltamento per una vera interiore crescita, l’unica che rende vivi e presenti fuori dei facili commerci e delle stolide obbedienze.
Vorrei precisare che ho vissuto intensamente nella società romana di quegli anni e nei suoi vari strati, e di essermi visto e di essere stato visto – accusato di alterezza , recentemente solo di fierezza – ben più libero e aperto dei tanti conclamati rivoluzionari.

  In Italia, oggi, assistiamo ad un proliferare senza precedenti di pubblicazioni, case editrici che si occupano assiduamente di poesia e che sfornano poeti senza soluzione di continuità. Come spiega questa iperproduttività rispetto ad un pubblico della poesia praticamente inesistente?
     

Ancora l’effetto delle false liberazioni. Si è parlato tanto, nei decenni scorsi, di libera creatività, di spontaneità proliferante. Un numero più che considerevole di persone di ogni ceto ed età scrive versi e  s’adopera per pubblicarli. Dietro queste vanità e pretese si sono moltiplicati i piccoli affaristi : editori che, per qualche migliaio di euro stampano libri e librini che l’autore fa circolare fra i propri amici e mostra in presentazioni anche costose. Occupandomi di poesia da un quarantennio, scrivendo per giornali e riviste, curando antologie e incontri pubblici, ricevo di continuo mucchi di raccolte di versi. E’ solo vanità o, in un mondo sommerso da un chiacchierume in cui nessuno crede a nessuno, per molti conta la speranza che il proprio scritto riesca a durare nel tempo?  La poesia resta un bene  che si raggiunge di rado, anche dagli stessi conclamati poeti, e  viene dal talento, ma anche da tanto lavorio sulla necessità ed esattezza della parola e su quelle verità che ininterrottamente ci tocca interrogare e cercare. Sicuramente l’eccesso di libri e librini di versi genera una notevole confusione, ormai accresciuta da internet, ma ancora una volta il gusto, che viene dalla frequentazione con  testi di qualità, ristabilisce i valori. Se in tanti scrivono la poesia non è morta, solo che va mostrandosi  a chi sappia riconoscerla.

  – In questo incredibile paradosso, secondo lei, chi paga il prezzo più alto: la qualità di alcuni poeti, che rischia di essere seppellita da questa crescita quantitativa e indiscriminata? O, invece, sarebbe proprio l’intero genere letterario della poesia a subire un pericoloso declassamento?

 

Non sono per le lamentele dei poeti, che misurano l’attenzione dei lettori con il metro delle udienze televisive e dei romanzi del passatempo.  Il pubblico di Montale e di Saba era anche più sparuto del pubblico che oggi s’avvicina alla poesia di qualche peso. Prima del Nobel a Montale e dell’assassinio di Pasolini gli italiani guardavano ai poeti come a creature chiuse nel marmo delle ville comunali e nei componimenti delle antologie scolastiche. Perché il pubblico della poesia cresca, anzitutto fra quelli che scrivono versi ma si guardano bene dal leggere, occorre che salga il livello d’istruzione, la finezza del guardare. Siamo in anni di decrescita invece. Da parte mia non dispero. Incontro annualmente qualche migliaio di ragazzi e bambini nelle scuole e in molti di loro trovo non solo attenzione, ma anche l’attesa di una misura diversa dell’essere e del capire. Seguitiamo.

Kenneth Koch ha speso gran parte della sua vita scrivendo poesie insieme con i  bambini. Li chiamava “poeti seri” e sosteneva che fossero in grado, in alcuni casi, di scrivere poesie addirittura più belle di quelle dei suoi “colleghi” adulti. Lei ha scritto dei meravigliosi libri per bambini: con quali motivazioni ha deciso di intraprendere questa avventura?

 

Scrivere con i bambini significa in qualche modo servirsi della loro freschezza di immagini e di sentimenti. Ma i bambini debbono piuttosto essere avvicinati dalla poesia che è lì ad attenderli. Vivono anni nei quali bisognano di modelli. Che scrivano le loro piccole poesie non va la di là di un gioco, di porte che vanno aprendosi. Ma va anzitutto dato ai bambini il patrimonio  palpitante della loro lingua e gli va mostrato come quel patrimonio sia stato  e possa essere preso al meglio. Bastano piccole poesie scelte. L’incanto è sicuro, la maestria  si scioglie nella  vivezza e nella partecipazione. M’è accaduto, alcuni anni fa, su richiesta di un amico, di scrivere una fiaba in versi. E’   stato come concedermi a un bene che avevo trascurato fin dalla prima giovinezza. In questi ultimi anni ho scritto poesie che sono andate ai più piccoli, ma che  possono essere lette da tutti.  Non credo che esista una letteratura limitata all’infanzia. Aborro il pigolio che molti adulti riservano ai bambini. IL bambino  ha l’intelligenza più vigile e aperta di cui un uomo o una donna potranno mai godere nel resto della vita. E’ una questione scientificamente provata.

 

Intervista su Amelia Rosselli

SILVIA DE MARCH- domande su Amelia Rosselli a Elio Pecora

 – Quando conobbe di preciso Amelia? in quale circostanza?

 – L’ho conosciuta agli inizi del 1971. La Morante mi aveva avvertito: < Guardati da Dario Bellezza e da Amelia Rosselli, fanno venir fuori la parte peggiore di quelli che frequentano.> Valse l’avvertimento per Bellezza, di cui divenni molto amico e da cui mi vennero non poche irritazioni, e forse anche ire, ma tutte subito messe da parte. Non valse per Amelia, che è stata per me un’amica sempre affettuosa e con cui ho avuto un rapporto di vera confidenza. Ma devo subito precisare che il mio essere amico riguardava la persona  nella sua singolarità e tensione. Niente o quasi niente m’interessava dei  suoi rapporti con  partiti politici e con personaggi che non avevo nessuna voglia di conoscere.

 – Cosa ricorda della genesi e della maturazione di Documento?

– Si parlava molto di poesia con Amelia e di minimi fatti quotidiani, mai del lavorio per nuovi libri: faccende dell’autore nel suo segreto creativo. Valeva per lei come per me.

 – Quando  Dario Bellezza  conobbe Amelia?

 – Dario e Amelia si conoscevano ben prima che io li conoscessi. So che avevano abitato per qualche mese nella stessa casa e che Amelia accusava Dario di avergli sottratto dei libri. C’erano stati litigi fra i due e ormai si frequentavano assai poco e i cenni dell’uno per l’altro non erano dei migliori. Davano però come scontata la stima riguardo alla reciproca opera poetica.

 – Vi siete mai confrontati sulla figura di Elsa Morante? Cosa ne pensava Amelia? La frequentava?

 – Più di una volta abbiamo riso dei manicheismi della Morante e dei suoi eccessi verso gli amici. So che non si frequentavano. C’erano stati malintesi, litigi, e questo accadeva con buona parte degli amici, quelli  più autonomi, di Elsa Morante. Ma tanto Amelia che io apprezzavamo i romanzi di Elsa,  a eccezione de “La storia” che ci parve fuori di misura nel progetto e nelle pretese.

 – Lei la ospitò generosamente prima e dopo il suo soggiorno a Londra.Ha qualche ricordo particolare di quella breve convivenza?

 – Abitò in casa mia, a via dei Lucchesi, per qualche settimana. M’era stata data, da non so più chi, la possibilità di organizzare un premio di poesia. Chiamai nella giuria fra gli altri Cordelli e Dacia Maraini. Posi come condizione che l’ammontare del premio ( se ricordo era di cinquecentomila lire, somma all’epoca non disprezzabile ) andasse ad Amelia. Quel premio l’avrebbe convinta a  tornare da Londra dove si era trasferita e da dove mi comunicava molti disagi. Amelia venne, ritirò il premio nel Beat 72, teatrino molto attivo in quegli anni, e proprio in quei giorni decise di vendere la casa londinese e di acquistarne una a Roma. Qualche anno prima aveva venduto la casa ereditata da sua madre in Trastevere e  quei soldi erano serviti per l’acquisto in Inghilterra. Era la tarda primavera del 1975 e insieme vedemmo diverse case nel centro di Roma , e si decise per la casa di via del Corallo. Fin dalla prima visita m’impressionò la finestra della cucina a strapiombo sul cortiletto, ma io patisco le altezze. Che ricordo dei giorni in cui fu mia ospite? Certo le lunghe appassionate discussioni sulla poesia, ma fuori delle categorie e delle famiglie. La poesia come parola indagata, come anima che si rivela. Ne venne anche una intervista che pubblicai nella mia rubrica su “La Voce Repubblicana”. Ad Amelia, come a tutti quelli che vivono soli, piacevano i cibi ben preparati. A quel tempo viveva con me un giovane uomo, Glauco, che si dedicava con passione e competenza alla cucina. Molto spesso negli anni seguenti Amelia tornò a pranzo da me.

 – Quali eventi politici maggiormente la colpirono negli anni Settanta?

 – Fummo tutti molto colpiti dall’assassinio di Pasolini, Ci cambiò la vita.  Tutto divenne più triste e soffocante. E poi il terrorismo. Ne eravamo inorriditi. Ne era sconvolta la stessa Amelia, che già per suo conto, nei suoi fantasmi sempre denunciati, pativa la paura e l’orrore.

 – Come si adattarono l’interesse e le forme di intervento di Amelia rispetto ai mutamenti sociali e politici? Avendo approfondito il primo periodo della sua esistenza, si nota una sorta di distacco lento ma più smaccato a partire dagli anni Ottanta. E’ un’impressione infondata? In caso contrario fu un allontanamento consapevole e cinico oppure una delle complicazioni frapposte dalla malattia psico-fisica.

 – Ho già chiarito che m’interessavano la persona e l’amica, fuori di risvolti politici rispetto ai quali provavo una forte diffidenza. ( Non sono stato mai iscritto a un partito politico e l’unica fede che ho sempre professato e professo è nell’autonomia dell’individuo e nel rispetto del bene comune.) Amelia in quegli anni soffrì sempre più delle sue ossessioni. Accusava i servizi segreti di pedinarla, spiarla, “avvelenarle” i cibi e i vestiti. Chiedeva aiuto contro quelle forze malvage. Mi rivolsi ad Antonio Maccanico, repubblicano segretario di Pertini presidente della Repubblica. Sapevo che Pertini era stato amico dei Rosselli. Si arrivò a una lettera della Presidenza che assicurava Amelia di essersi adoperati perché finisse  la persecuzione. La rassicurazione valse per un poco. I fantasmi seguitarono a invaderle la casa e la mente. Ricorse alla medicina sempre più pesantemente. Dalla fine degli anni Settanta alla metà degli anni Novanta, ogni volta che mi fu dato curare in teatri, teatrini, librerie, gallerie, rassegne di poesia , la chiamai a leggere e venne. Soprattutto la chiamai a Roma e fuori città le volte in cui fu possibile avere un gettone cospiscuo per la sua presenza. Ogni sua lettura era un evento, per la tensione e i toni di quella sua indimenticabile voce.

 -Ha assistito a suoi interventi, corsi, seminari, letture in pubblico in sedi affiliate al Pci o all’Arci o all’Udi o al teatro della Maddalena?

 Non ho mai assistito ai suoi corsi  e seminari. Sapevo dalle donne amiche che frequentavano la Casa della Donna in via del Governo Vecchio che erano in molte entusiaste dei suoi insegnamenti. Debbo precisare che non ho mai condiviso leggende e mitomanie. Da metà degli anni Ottanta in poi, intanto che era sempre più gravoso lo stato di salute di Amelia, le cresceva intorno una corte  di donne forse protettiva, in gran parte  mediocre.

 – Come mai la Cooperativa Scrittori ventilò l’ipotesi di pubblicare Documento? Perché poi ritrasse la proposta?

 Amelia Rosselli , come affermò più di una volta, si sentiva affatto estranea al Gruppo 63 e all’Avanguardia. Si poteva parlare per la sua poesia di  ascendenza nella rivoluzione musicale del primo Novecento.  Lei amava la poesia di Penna, non quella di Saba che giudicava “cantabile”. Si riconosceva nella grande tradizione e non nelle rivolte ormai consunte. Si ricava da ciò la ragione per cui rifiutò quella pubblicazione.

 – Amelia scrive di aver incontrato Bernardo Bertolucci nel ’77; a mio avviso la sua conoscenza può risalire già all’epoca della frequentazione di Pasolini: può confermarmelo?

 – Mi pare strano che non abbia conosciuto prima Bernardo Bertolucci, A Roma ci si conosceva tutti. Forse Amelia vuole dire che lo ha “conosciuto” come regista e come artista  solo quando si è cominciato a discutere del regista.

 – Sempre in riferimento al ’77, accenna allo shock di uno scrittore di origine franco-russa morto suicida a Roma, romanziere e poeta bilingue: non riesco ad identificarlo. Lei lo ricorda?

 – Il nome non lo ricordo. Ne ricordo la morte orribile, che mi fu raccontata da amici comuni. Lo avevo conosciuto in uno dei tanti incontri in trattoria con piccole folle di amici. Raccontai di quella morte nel mio romanzo “Estate”, pubblicato da Bompiani nel 1981. Fui impressionato dalla vicenda, molto singolare. Mio solito interesse per l’umano, non per il pettegolezzo.

 – Ricorda il vostro intervento a “Serata di poesia, incontro-performance con la “nuova poesia”: Bellezza, Pecora, Rosselli a cura di Giorgio Di Costanzo, Cinema Lucia, Ischia Porto, 20 marzo 1980?

 – Lo ricordo come un viaggio faticoso per mare e come un soggiorno difficoltoso: le bizze e le stanchezze di  Dario, le allucinazioni di Amelia e i conseguenti sbalordimenti del pubblico ignaro, ma anche quella sua voce che leggeva e la fiducia che aveva e che ha avuto, fino ai suoi ultimi anni, nel mio affetto e nella mia “protezione”. Quanto a Giorgio Di Costanzo va detto che ha il dono dell’amicizia, è stato amico di molti di noi, anche e soprattutto di Dario e di Annamaria Ortese. Ama la letteratura fuori di ogni interesse personale e si dà interamente agli amici.

 – Quando si concluse o si rarefece la vostra frequentazione? per quali motivi?

– La nostra amicizia non s’è mai conclusa né rarefatta. Ci siamo visti di meno nei suoi ultimi anni, dopo anni in cui quasi ogni giorno ci incontravamo per pranzare insieme e sederci a conversare, da soli o con altri, davanti ai caffé del Pantheon, di piazza Navona, di Santa Maria della Pace. L’ho vista meno quando la sapevo circondata da amiche che l’avevano eletta a vate supremo e che la scortavano ovunque. Ma ero certo che ne avevano cura. Comunque, fino all’ultimo, ci siamo telefonati e quel giorno, qualche istante dopo che la televisione ha annunciato il suo suicidio, sono corso prima in via del Corallo poi all’Obitorio . Quella sera stessa proprio dalle amiche che più s’erano interessate di lei  mi fu riferito che il fratello venuto dall’Inghilterra insisteva perché i funerali fossero affrettati e lei fosse sepolta al Verano  nella prima tomba disponibile. Sapevamo che Amelia aveva un conto bancario con poche decine di milioni, ma il fratello-erede avrebbe potuto disporne solo entro qualche mese.  In due giorni di telefonate fagocitanti mi riuscì di ottenere un prestito da Marisa Tolve per acquistare un posto nel Cimitero Inglese e i funerali nella Casa della Cultura a Trastevere. Tutto si svolse al meglio. Ci fu la folla, i discorsi, il seppellimento all’Ostiense. Dopo ho saputo delle sue carte consegnate all’archivio di Pavia, dei suoi libri portati nella Biblioteca Comunale di Viterbo. Non so altro. Ho ancora scritto note critiche e ricordi di Amelia. Ho assistito allo scoprimento di una lapide in via del Corallo. Ora conto i vedovi e le vedove, che si sono promossi tali, e temo fortemente per la sua glorificazione: ché un poeta deve continuare ad essere vivo per chi lo desidera e lo comprende vivo,  non per chi vuole farne un proprio possedimento.

Conversazione con Paolo Febbraro

Febbraro: Uno dei luoghi comuni che ti riguardano è quello che ti ritrae come un maestro in ombra, uno scrittore appartato e lontano dai movimenti organizzati. Ma è interessante capire come tu abbia vissuto la tua vocazione di osservatore acuto e partecipe e insieme di distaccato frequentatore di poeti e pensatori ben lontani dalla stretta attualità. E questo soprattutto nei “fiammeggianti anni “ Settanta.

Pecora:  Ho sempre creduto, fin da ragazzo, che la letteratura reinventasse la vita da “un’altra parte”. Era quel che mi veniva dai molti libri che riempivano le mie giornate e la mia immaginazione. Dunque quell’altrove va preservato dal rumore e dalla precarietà. La poesia, il romanzo, il racconto, la scrittura critica quando non discetta ma riattraversa sentendo e vedendo, e in sommo grado il teatro, non additano salvezza, non danno conforti, ma accrescono il potere del guardare e del sentire, aprono porte che non sapevamo di portarci dentro, allargano i cammini.

 Quando, nei primi anni romani, ho frequentato anche quotidianamente Penna, Moravia, Elsa  Morante, Palazzeschi, Amelia  Rosselli,Dario Bellezza – fra i tanti altri scrittori, poeti e artisti che ho conosciuto più e meno intimamente – ho subito saputo che i loro libri erano il frutto estremo della loro esistenza e, se da questa venivano contaminati, se in qualche misura la rispecchiavano, pure appartenevano a una regione interiore  non meno lampante e necessaria della vita “reale”, quella patita ma anche goduta. Non trovavo somiglianze fra la persona dell’autore e l’opera; la persona era tanto di più e tanto di meno. Così non ero un ammiratore e uno del gruppo o della famiglia, perché li vedevo inquieti, insicuri, non padri anche i più d’età, piuttosto fratelli in un difficile e pure amato viaggio. Così m’è accaduto di starmene “appartato” anche nel mezzo del gruppo e nella folla.  Fin dalla prima adolescenza, per non dire dai miei primi anni, mi sono sentito allo stesso tempo partecipe e testimone. Vigilavo e prendevo,  fuori dei giudizi e delle attese. Come lo spettatore di opposte simmetrie: cadute e resurrezioni, meschinità e grandezze, mai traguardi definiti, mai contentezze durevoli. E’ andata così. Ormai non vorrei altro. Quando ho cominciato a pensare ho deciso ( non so quanto consapevolmente) di dare attenzione a me stesso come parte e riflesso del mondo intero ,  guardandomi e guardando anche con spietatezza, ma anzitutto con empatia,  e con compassione, nel senso del patire insieme). Ho creduto nell’individualità che cerca continui nutrimenti, che si cerca per esistere, per conoscersi nell’altro e negli altri.  Ho sempre avuto avversione per chi sventola  bandiere. Troppo spesso gli sventolii servono a baratti e promozioni, raramente alla qualità di un’idea, al lume di una convinzione. Nel mio romanzo “Estate”, in un capitolo si racconta di un pranzo in una fastosa villa al mare. I convitati, tutti autori noti e  riconoscibili, discorrono di poesia e si schierano presto in due fazioni: una è per Montale, l’altra è per Penna (morto da pochi mesi). La discussione è accesa, le fazioni sono  convinte della propria scelta. Si arriva al secondo piatto, infine alla frutta e qui si capovolgono i pareri, la fazione montaliana passa a celebrare Penna e quella penniana si pronuncia per Montale. Una tale situazione s’è ripetuta molte volte nella società letteraria – la più ampia degli anni Settanta e Ottanta- che ho frequentato . Ho avuto certezza, così nelle giurie degli stessi premi letterari, che troppo spesso ci si pronuncia per  umori e alleanze, quando per  discutibili aggiustamenti,  quasi mai  perseguendo scelte sicure e gusti comprovabili. Quanto alle ideologie ne ho molto diffidato. Ho traversato anni confusi, e la confusione ormai è a tutti palese, e so di  non aver professato credi vacillanti né accertato bugie. Ho imparato ragazzo dai presocratici  che usare l’intelletto è guardarsi dalle prigionie di un credo, è  disporsi continuamente a veder meglio e di più. Quanto a me come  maestro? Se maestria è dubitare di possederla! E’ un viaggio continuo, una perlustrazione interminabile. Ne viene una vera allegria di esistere, allegria nel senso di energia, di movimento. “Io compio l’avventura di restare” è  il verso più  citato dai miei lettori. Posso affermare che ho solo voluto consegnare onestamente a chi era disposto a prendere quel che mi pareva di aver onestamente sentito, percepito.  Nelle mie tante collaborazioni a giornali e riviste, ho diffidato dei comparativi e dei superlativi. Ho letto e scritto anzitutto per il mio personale piacere, piacere che ambivo a comunicare e a condividere. Non ho subito a tutt’oggi censure e imposizioni. Ho avuto amici, che continuo ad amare e della cui opera continuo a interessarmi, ma dei più accigliati e scomodi, come Wilcock e come Penna e la Rosselli prima che fossero, questi ultimi due,  con mio sconcerto sacralizzati. Era scomodo anche Moravia, al di là della sua fama estesissima. E’ scomodo chi pensa fuori della mischia.   Mi dà un vero godimento concludere  da “appartato” e da “ rispettabile in ombra”. Sono riuscito a occuparmi di molti autori e di moltissimi libri, a mio modo , e ho avuto il privilegio di fare il mio lavoro e di scrivere i miei libri escludendo traffici e commerci.  Seguito a vivere così.  

 Febbraro: Si è parlato spesso, a riguardo della tua scrittura poetica, di una supposta “pacatezza” dello stile. Trovo che questo della “pacatezza” sia stato forse un complimento, ma ambiguo, e che tradisce la tua vera caratteristica di poeta incisivo e netto, ancorché musicale. Simmetrie, poi, credo che vada inequivocabilmente in una direzione contraria rispetto alla dolce malinconia e alla calma riflessione che si potrebbero attribuire a un poeta stilisticamente e umanamente “pacato”. Come leggi questa piccola costante, questa piccola vulgata critica sulla tua opera, e in generale quali sono stati i tuoi rapporti con il giudizio dei tuoi contemporanei?

Pecora:  Per chi abbia qualche dimestichezza con la musica, è scontato che il rumore resta rumore. Nella scrittura, sia in prosa che in versi, violenza e grido  diventano espressione. Vengono da regioni profonde, sono echi di verità ardue, ritrovate. Non appartengo alla specie dei “pacati”. Ho vissuto e vivo molto occupato da quelle che chiamiamo “passioni”. Chi mi è stato e mi è prossimo  conosce i miei eccessi, dalle tenerezze all’ira, e attende paziente che in me riaffiori la “misura”. So quanto sia poco efficace  l’eccesso e quanto l’aggressione generi solo aggressione. Certo, in una società di apparenze, di informazioni subissanti, solo quel che esorbita dalla “normalità” colpisce e convince, anche se brevemente.  Ma nell’opera letteraria il tono e la cadenza devono potere esprimere anche i sentimenti estremi con parole scelte per significare e per durare. La parola distillata di Pound: portata all’estrema tensione: che è fermarla,  colmarla di segni e di segnali. Ho cominciato ad amare veramente la poesia quando, da ragazzo, ho molto letto i greci e i latini. Non urlano il dolore, non esaltano l’amore, ne rivelano la forza nascosta, li consegnano perché durino in chi legge e sente.

C’è chi ha percepito in “Simmetrie” una visione cruda, e si è sentito  spinto per  una discesa infernale. Ne ammetto la terribilità. E il terribile si circonda di ombre e si silenzi.  La malinconia non può essere “dolce” se è malinconia, ossia desiderio che manca a se stesso, pensiero che misurandosi si cancella. E la riflessione dovrà sempre essere calma in quanto “riflette”, e  pensa, si pensa, s’interroga, si risponde.

Non pretendo che i giudizi sulla mia scrittura siano tutti elogiativi e concordi. Mi bastano i giudizi, anche contrastanti, di chi ritengo attento e onesto. Il meglio mi viene quando incontro qualcuno, sconosciuto, che  cita anche solo un rigo di un mio libro e  prova di avermi accostato e  conserva una traccia di quella vicinanza.    

 Febbraro: Negli anni recenti, credo tu abbia voluto porre un forte, definitivo accento sulla tua attività di poeta in versi, ma è indubbio che ti sia dedicato a un gran numero di iniziative e di generi letterari, rafforzando l’idea di un tuo felice eclettismo. Tutto ciò riafferma in te la natura di scrittore liberissimo, filosoficamente conseguente alla diversità dei fenomeni e alla dolorosa, ma anche umoristica, fatuità delle apparenze. A cosa stai lavorando, per l’immediato futuro, quali progetti e opere possiamo aspettarci?

Pecora: Fin dai miei inizi letterari ho mescolato i generi. Il mio primo libro era a metà fra prosa e poesia, al tono diaristico alternava il lirico e in qualche misura l’epico, visto che l’io  propendeva a fare della sua storia una leggenda. In seguito ho scritto in versi e in prosa, sono passato al romanzo e al racconto, poi alla biografia penniana e a un fittissimo numero di scritti critici. A ben vedere, pure usando strumenti letterari diversi, mi sono espresso nella medesima lingua – in cui significante e significato si agglomerano-  e dentro le stesse sostanze e ossessioni che tuttora mi nutrono e che  mi spingono alla scrittura. Non sento differenze, sento  bisogni di consegnarmi, e il teatro è uno di questi e di quelli dai quali sono sempre più attratto. Credo che la parola scritta sia sorretta da una musica interna. (Lo stesso Moravia sosteneva che ogni suo romanzo e racconto nascevano da una prima frase nata in sua propria musica). I miei progetti prossimi? Sto lavorando da tempo, con molte interruzioni, a un romanzo in cui m’è venuta  voglia di sviluppare temi e persone di un mio radiodramma trasmesso qualche anno fa  da Radio Tre. Ho nel cassetto  un folto gruppo di poesie estromesse dal mio libro mondadoriano, altri versi che preludono a un nuovo libro che prevedo colmo di voci e di eventi, oltre a  un volume di quaranta racconti brevi ancora inedito,  a nuovi testi per il teatro da completare e in progetto. Anche nella vita di ogni giorno mi adopero per non  lasciare lavori e rapporti in sospeso. Vorrei completare quel che mi è davanti e che pretende di essere concluso. Ma so che a disporre di me a suo piacimento è il tempo della vita, a me tocca solo augurarmelo.