5 settembre 2014

Ne sono passate di settimane e di mesi. Diario balzano! Ma l’avevo premesso, anche per lunga esperienza. D’altronde il primo estraneo, spesso ingovernabile, siamo noi stessi. Lo vedo quotidianamente nei più che mi stanno davanti. Dunque, torno a queste pagine, di cui sono certo, o mi piace esserne certo, che nessuno le scorra, e vi torno per piacere, gioco, capriccio. L’idea di parlare il più chiaramente possibile a tutti e a nessuno mi diverte molto, mi dà impressione di una “verità” meno intenta, più vera. Dunque, mesi di spostamenti, fatiche , anche ansie dovute soprattutto ad altri, per empatia, o per quella eccessiva responsabilità della contentezza, che pure so impossibile perchè mai voluta, dei prossimi. Per mia fortuna e mio premio, tornato a metà luglio, nella mia casa giardino, e ne partirò fra tre giorni per tornare nella Roma amatissima e inabitabile, ho portato a compimento quel che mi ero promesso. Ho scritto qualcosa che mi pare riuscito. Ho goduto di questa casa che amo sempre di più e che mi spiace lasciare. ( Quest’anno, grazie alle continue piogge, il giardino è splendente in tutti i suoi verdi, nei gialli, nei viola e nei rossi delle dalie, nei bianchi e negli azzurri degli ibiscus, nel troneggiare del tasso e dell’agrifoglio, e dietro la collina di ulivi e di castagni, e un silenzio di brusii. ) Ho lavorato, al mio modo, compreso di quel che dovevo lasciare affiorare, solo di quello. Il resto, piccoli fastidi, chiacchierii anche divertiti, sempre i giornali con le sciagure quotidiane, il mondo che  minaccia senza posa e il resto, il resto… I guizzi, i pensieri a volte inattesi, illuminati, quelli non appuntati, persi nell’aria, tutto resta fuori delle carte, delle confidenze. Quanti diari iniziati, tenuti per qualche tempo e lasciati! Poca vanità dello scrivente o poca fiducia nella scrittura, nella sua efficacia, nelle sue durate? Conforta per pochissimo la maestria riconosciuta da alcuni facili agli inchini. Maestro di cosa? Il maestro vale soltanto se, consegnando quel che ha compreso, si sente vuoto e subito bisogna di altro nutrimento. Altrimenti è minacciato dal  niente e dal vuoto. Resta il giardino, in questi giorni, come per un saluto, sono spuntate alcune piccole rose, alte sulle foglie mezzoseccate degli iris, sul muro d’edera, lontane dalla bignonia carica dei suoi calici così amati dalle formiche. Questo giardino compensa le mancanze. E’, nelle sua limitatezza, un paradiso e se lo rimiro  mi pare armonioso, gentile. Parla  una lingua senza parole, indenne da ogni sviamento e balbettio. Questo giardino!

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