11 luglio 2015

-11 luglio 2015.  Leggo  di Amelia Rosselli, in un saggio affilatissimo di Laura Barile. E torno  all’amica di tanti anni, all’ autrice di libri aspri, difficili, al suo “parlare sghembo”. Ho voluto altro io, ho cercato parole che mi spiegassero quel che affaticava le giornate e accerchiava le paure. Parole che aprissero porte, indicassero strade. Un limite il mio contro l’oscurità, il suo contro la chiarezza.  Entrambi in prigionia.  Lei apprezzava le mie prose, diffidava dei miei versi cantabili, mi apparentava a Saba. Si fidava di me, chiedeva la mia compagnia. Non difettava di contraddizioni. C’era tenerezza nel suo rigore, pazienza nella sua tensione.  Immersa nelle rivoluzioni musicali del primo Novecento, amava Penna e tendeva anche lei alla sintesi e alla nudità.  Non so che mi resta dei suoi libri se non inquietudini cupe alternate a inattese aperture. E la marea di una lingua che non si contenta.  Porto nell’orecchio, e nel cuore,  la sua voce d’organo, che dice la sua poesia come traendola dal fondo di una pozza scura e limosa (  forse è là che è voluta tornare quell’11 febbraio, lanciandosi dalla finestra di via del Corallo).

 

5 luglio 2015

5 luglio 2015-  Forse, nei giorni della cupezza, quando la stessa  speranza si presenta come facile bugia, potrebbe salvare il pensiero di essere stati fedeli a se stessi, la certezza di essersi rispettati. Ma che fedeltà e quale rispetto? In nome di che e di cosa? Non certo  in obbedienza  a un superIo rintronato da traballanti regole  e da riti risibili. Da parte mia, posso affermare così tanto ( la fedeltà, il rispetto!) in forza di quel che mi sono andato costruendo dentro: per non so quale affaticante attenzione. Fin dall’infanzia m’è accaduto di guardarmi intorno e dentro  per un bisogno insopprimibile di capire. Un bisogno, che ora so, mi fece nella prima adolescenza rinunciare al canto, mia prima e naturale vocazione, a favore di una lingua e di una mente che pretendevano di spiegarsi i miei  assilli e quelli in cui ruzzavano e rotolavano gli altri e il mondo che mi accoglieva e imprigionava. Allora, le più diverse letture ( arrossire per una frase che rivelava  uno sbaglio, una stupidità, innamorarsi fino all’ossessione di una parola che apriva, o solo additava una strada). Furono più reali  di quelle, insofferenti, distratte,  con cui abitavo, le persone che incontrai nei libri; e sentii   chiare e colme  soltanto le parole  lasciate al tempo e alla scrittura da coloro che presto promossi a miei padri e maestri.  Il Socrate del Simposio,  il Seneca de Lettere a Lucilio, il  Leopardi de Lo zibaldone,  Nietzsche de Lo Zaratustra, e poi Bertrand Russell,  Max Frisch,  Gombrowicz, e gli altri e i tanti  di cui andai copiando i pensieri  nelle mie cartelle rigate e a cui tornai assai spesso, ogni volta vedendo meglio e sentendo di più. Accade ancora, ancora  causandomi stupore, come per  un’ invitta giovinezza.  Dunque sono rimasto fedele all’io e al sè, che da quelle vicinanze ha imparato, tentato confronti, temuto condanne. Un limite anche questo, ma quale mirabile confine e quanto esteso!