26 giugno 2015

-26 giugno 2015. E’ tanta e indubbia la bellezza del mondo, ma è altrettanto enorme e insopportabile il prezzo che bisogna pagarne in brutture, orrori, dissennatezze, stupidità. E tutto questo peggio e pessimo, se non per accettarlo e superarlo, certo perché non conduca alla definitiva disperazione, richiede un forte credo nell’essere, un’energia interiore mai spenta, mai assopita. Così tanto vale nel mondo naturale: dopo i naufragi il mare disteso, “fresco” di azzurro; ai piedi dell’albero seccato uno stelo tenero verde; un bicchiere di acqua fresca per  la gola arsa di febbre. Infine, l’umano chiede ogni istante di restare nella vita e cede al pensiero ultimo solo quando si vede negata la vita stessa. Finanche quelli che vanno uccidendo, distruggendo, si spingono a così tanto in nome di un’esistenza diversa, secondo loro  migliore. Che può opporre all’orrore e alla rovina chi crede nella ragione, quella ragione che premia, che accompagna? Vi sono tempi in cui quel che chiamiamo “ragione” vacilla, svanisce. Allora ne va cercato almeno un segno, un barlume. A questo possono servire i libri che, lungo millenni e secoli, hanno indicato un avvio, segnato un cammino. A questo serve impadronirsi di parole necessarie, pulirle queste parole, tenerle per significati di cui si è responsabili. Ma quali parole, che non siano state consumate, annientate, dal rumore, dalla bugia?

20 giugno 2015

-20 giugno 2015- un silenzio più lungo stavolta. Ma di che scrivere, come scrivere, se troppi gli eventi, troppe le dissennatezze, insopportabile lo spettacolo della propria e della generale impotenza. Non che me ne sia stato fermo. Molto andare per Roma e in viaggio, tanti gli incontri, i discorsi, anche le allegrie, i momenti di stupore per il colore di un tramonto a Ponte Sisto, la grazia delle rose nei vigneti a Salgaredo, certe riletture che mi trovano più attento e percipiente, poi stupito che l’ultima comprensione sia già tutta in pagine scritte da decenni, in parole ripetute molte volte e molto spesso. Meraviglia del rinnovarsi, anche nel vano e incontenibile ripetersi.  E poi, orrore ( o incapacità di adeguarsi, di intendere?) per la città travolta da una folla che pare cieca e sorda, in truppa,  torma di pecore cieche, per il rumore che sovrasta e stordisce, per la marea di parole gettate al caso e all’insignificante. E ancora i giornali intossicanti, i notiziari televisivi con le lotte intestine di questo paese che, come ben scrisse in una delle sue piccole prose Umberto Saba, è il paese di Romolo e Remo : un perenne  fratricidio. Sono sempre più frequenti le ore in cui sento il mio corpo come un insopportabile peso, un estraneo che chiede di essere badato, soccorso, sopportato. E l’altro che ne soffre? Che mai presume di sé, a quale divinità si apparenta? Mi chiedo come è possibile a tanti di scrivere romanzi, poesie, saggi,  e come possano pubblicare così tanto e presumere che si abbia dal resto del mondo tanto tempo per dare attenzione alle loro bagatelle.  Ma soprattutto mi chiedo come possano  rinviare i pensieri sulla loro stessa esistenza in un mondo così vacillante.