28 dicembre 2014

28 dicembre 2014- Riportarli sulla terra gli dèi, ma nella misura dell’uomo e della donna quando si riconoscono nella loro difficile verità, o in quella per cui si adoperano di capire e procedere. Lo dice, a suo modo, la psicoanalisi, lo ha ripetuto anche con brillantezza Hilmann. Non vale con il Gesù di Nazareth che va per le strade e vive il dolore e l’attesa, e cancella la disuguaglianza? Si può credere in lui tanto da  ascoltarlo e da seguirlo, non fino ai trionfi celesti però, non ai premi eterni, piuttosto alla condivisione e alla carità, proprio quelle che già Seneca indicava nelle “Lettere a Lucilio”. S’appressa alla divinità chi travalica i rancori, le rabbie, i possessi e vive le sue giornate dando e ricevendo nella stessa misura. E’ possibile? Accadrà mai?

27 dicembre 2014

27 dicembre 2014- Potrei parlare di desolazione per il niente che viene da una società convulsa e confusa. Ma v’è il molto e il tanto che preme tuttora per essere meglio inteso, compreso. Nonostante l’imperversare degli sciocchi, nonostante la vanità imperversante degli incerti. Quel che offende e addolora sono i giudizi emessi senza discernimento, solo dietro minuscoli rancori, invidie sproporzionate, letture di superfice. Quando, l’unica certezza è il poco che tutti sappiamo e il tantissimo che richiede di attenzione ( lo studium dei latini) e almeno un poco di generosità. E quest’ultima non è altro che sentimento della comunanza nella diversità, di prossimità e somiglianza invece che differenza ed estraneità.

Ritorno a  Lucrezio, al suo poema che racconta l’universo fuori delle favole e delle leggende. La poesia fuori delle illusioni, due millenni o quasi prima di Leopardi e di Nietszche. Pure la bellezza è in questi  canti, dove gli dèi sono assenti, compresa la Venere iniziale, creatura della terra e delle acque, non prodigio dell’immaginazione fanciulla, ma placenta rigogliosa e terribile se dal suo parto si generano il dolore e la guerra. Eternità della poesia! un’eternità nella nostra corta misura di storie, pure “eterna” rispetto alla brevità del singolo. Non poteva, grazie al santo “cronista”, che venire dalla follia il genio lucreziano. Come spiegare tanta libertà di vedere, di capire! Come riconoscere ad Epicuro una così sfrontata e inequivocabile visione dell’essere! Dopo, per troppi secoli, le illusioni, le alte bugie hanno seguitato a confortare l’umano. Ma la bellezza, la grazia, perfino la contentezza, e la felicità come istante inebriante, sopravvivono anche nella verità continuamente interrogata, cercata. Strazio e allegria. leggerezza e gravità. Lo spazio immenso in cui sta “navigando”, proprio in questi giorni, la navicella spaziale e il vuoto da perlustrare per accorciarne l’infinitezza e il mistero. Noialtri  restiamo nelle nostre stanze strette, affrontando giornate difficili, seguitando a chiederci soste e riavvii.

24 dicembre 2014

24 dicembre 2014-  Un altra lunga pausa in questo mio diario. E’ che tanto, di quel che rifletto e sento e vedo, si consuma prima di diventare scrittura: per misura di ironia, di noncuranza: nel senso di ritenere vano l’insistere, il documentare. Pensieri che tornano, fino a disturbare e turbare. Scrivere è consegnare anche solo al se stesso che conserverà, rileggerà forse, consegnerà probabilmente. Costa fatica traversare le giornate spesso offese dalla superficialità e dalla rozzezza, che in gran parte provengono dall’incapacità di uscire dai propri minuscoli egoismi. Accade di scovare miserie anche in chi conosciamo da tanto, e non ci riuscì di vedere nelle sue gravi mancanze perchè nascoste da intellettualità contorte, da giochi mentali persino raffinati. Mi pongo forse dalla parte di chi più intende e  vanta spiriti superiori? O solo dalla parte di chi ha dato fiducia e attenzione e s’attende vicinanza, condivisione? Ma anche questo pretendere somiglianze è un errore. Decidere per il silenzio? sarebbe anche facile, questo sì un atto di vera superbia. Meno facile, ma necessario non disperare. Vi sono compensi e vanno attesi e intesi.

Intanto incombono sciagure, minacce, delitti, sviamenti. Il mondo intero sembra volgersi al peggio. Dovunque predicatori della sciagura, propugnatori dell’impossibilità di porre rimedio. Come se, dubitando fortemente di sé, in verità sicuramente disprezzandosi, dunque non fidando in nessun modo nelle proprie forze, ci si ponesse davanti alla negazione e all’errore come agli unici esiti possibili. ( Mi riesce sempre più difficile confidare nelle prediche del maggior giornalismo, nelle promesse svendute, nelle chiacchiere degli esperti ).

Di recente ho seguito ,su uno dei pochi canali televisivi decenti, la prima al teatro La Scala del “Fidelio” di Beethoven. Nell’intervallo Baremboin, rispondendo a Dell’Ongaro, distributore accorto di sapienze musicali, diceva fra l’altro che la musica nasce dal silenzio e al silenzio e alle sue pause deve  se stessa. E… non è forse nel silenzio che le parole abitano e di là si muovono, per rivelarsi, per significarsi, per farsi necessarie e vive? ( Ho detto di un tale silenzio nella gran sala della Biblioteca Centrale di Roma, la mattina del 10 dicembre, parlando per ultimo a un premio di poesia dedicata alla pace e con un centinaio di studenti liceali romani presenti, dopo due ore e più in cui le autorità, sedute accanto a me sulla lunga cattedra, s’erano dilungate in interminabili discorsi sulla scuola e sulla cultura, del tutto ignorando come per tutti quei ragazzi le loro apparissero  vanterie di anziani mal cresciuti. Da parte mia ho solo accennato a quel silenzio nominato dal grande musicita e al silenzio da cui dovremmo ripartire per renderci utili e credibili. Nessuno degli illustri oratori s’è sentito diminuito dalle mie poche parole, anzi anche loro e tanti altri- tutti adulti e autorevoli – m’hanno a lungo applaudito e molto complimentato. Un’ulteriore prova di quanto poco o niente si ascolta.)

 

 

 

 

 

 

 

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