Due poesie inedite in libro

Due poesie di E.P. inedite in libro:

 

 

*

 

E’ così tanto il frastuono, così inarrestabile lo scandalo

 

che alla ragione resta un flebile mormorio, un sussurro

 

udibile soltanto dai più vicini e accorti e assorti.

 

Quando le Furie incombono e ognuno è travolto

 

e ammutito, nemmeno atterrito se l’orrore imperversa,

 

quando la band impazza con percussioni e timpani

 

e sistri, chi mai potrà udire l’attacco di un oboe,

 

l’accordo di una viola, il crescendo di un flauto?

 

Pure c’è  ancora chi attende nel chiuso della notte,

 

fuori delle mura, al di là delle porte,

 

prossimo, incontaminato il silenzio.

 

*

Vi sono giorni, ore, in cui tutto è perduto,

 

ogni gesto inutile, risibile ogni speranza:

 

il corpo vuoto attende il suo disfarsi

 

in quel niente che tante volte s’era presentato

 

– ma era solo una minaccia, un’idea –

 

come l’ultima definitiva salute.

 

In quelle ore, in quei giorni ogni storia, tutte le storie

 

si riducono a un susseguirsi insensato

 

di conquiste e di perdite e l’intero pianeta

 

non è che l’abitacolo in rovina

 

di un’umanità nemica a se stessa.

 

( Se pure è sogno, questo è il peggiore degli incubi.)

 

 

 

E tutto sarebbe perduto se dal cuore chiuso

 

non affiorasse inattesa una nube violetta,

 

l’odore di un cibo, una voce al telefono,

 

il libro lasciato sul tavolo ancora da leggere.

 

Così il mondo intero si popola di storie concluse,

 

di passaggi, di soste, e un dio munifico

 

disegna nel cielo vasto e chiaro un arcobaleno.

 

 

 

12 ottobre 2014

– 12 ottobre 2014.   Ancora mi chiedo sui protratti silenzi di questo diario. Pure continuo. So di certo che potrei quotidianamente tornare a questo spazio, anche solo per accennare al molto che di ora in ora mi trattiene, mi strema, anche mi rallegra, mi basta. Ma è l’eccesso che eccede e toglie parole, sfiacca sensazioni e percezioni,  dissalda “verità”, almeno quelle che subito circuiscono. Come ripetere qui, anche solo accennare – e sono granelli di quanto restituiscono a loro modo le cronache di giornali e telegiornali, i commenti più e meno  tutti  poco convincenti , troppo spesso di parte-  agli eventi spaventosi e spaventosamente rappresentati e denunciati,  alla generale incapacità di fermarsi, all’irrequietudine e al disagio dominanti! Chi, della folla che avanza come gregge e torma nelle strade, si guarda intorno, davanti? Chi s’accorge dell’altro  e degli altri?  Occhi sui telefonini, orecchi a musiche chiamate con pressioni veloci delle dita. Giovani e giovanissimi  pare non vedano, non sentano, sottratti al mondo confuso e affaticante dai loro giochi facili e segreti. Su tutti le rovine comuni in massima parte procurate da  sbagli, inerzie, imbrogli. Quale compiacenza nel propalare notizie su innumerevoli giornaliere sciagure,  minacce di definitive distruzioni,  malattie spaventose,  cremini efferati! E  l’estremo della sciagura insistito, illustrato, quasi come un finale preteso, desiderato. Il desiderio del niente, dell’uscita! La liberazione nel niente! Pure, in tutto questo, seguitare, mai cessando di attendere  un pensiero più chiaro, una parola più certa. (Iersera, in metro, un giovane padre, già un poco esposto alla calvizie, indicava al  figlio bambino, biondo e minuscolo, le strade illuminate che sparivano veloci nel buio e il bimbo puntava l’ indice tenero verso quei mutamenti, stupito e ridente, e il padre sorrideva felice e si chinava a baciare il piccolo capo e i capelli di oro sottile.)