23 marzo 2014

23 marzo 2014- Il tempo. Infinite ipotesi, teorie, contorsioni. Ma è dentro di noi: ci minaccia, ci misura di continuo. E’ la pena, e il sorriso che l’attenua, è la giovinezza del corpo  che va, anche dentro l’età tarda, nei giorni buoni, e lo sconforto e la paura che ottenebrano. Tutto nel sogno? Ma siamo allora questo sogno che chiamiamo vita, ed è la nostra toccata e pure illeggibile realtà. Sento parlare da sempre di realtà. Se ne rimprovera il “senso”, la mancanza, in persone e opere, anche se ne accusa la falsa presenza, l’errata contaminazione. Sto nel tempo che mi fugge addosso e pure mi tiene, mi si presenta fuggevole e pure anche eterno, è quel che ieri mi lasciava stupito, attonito, degli anni passati da quella sparizione, e questo attimo in cui scrivo, a mio modo rifletto e dura ben oltre l’orologio a la luce del mattino. Sono quello di allora e questo di oggi, e pure sono uguale e diverso. Il tempo mi consuma,  io stesso lo consumo. Pensieri da niente,  questi di questo momento.

22 marzo 2014

 

27 marzo 2014 – Gran parte della giornata al Circeo, per un ricordo di Elsa de Giorgi nel centenario della nascita. Un piccolo pulmann ha raccolto un gruppo di amici, di più le donne, a piazza Venezia e ci ha lasciati nella piazzetta del comune laziale. Nel cinema discorso iniziale del vicesindaco,  proiezione di immagini di lei da interviste e da film anche mai visti, la bellezza incomparabile del suo viso, la sua destrezza di parola e la libertà d’intelletto  fino a tarda età, i ricordi a spezzoni di alcuni amici, la visita al fondo nella torre comunale. Numerose persone rincontrate dopo anni, commenti affettuosi,  la vista dall’alto del paese e del mare, la grazia del luogo. Circe forse  vigila ancora dal suo letto di pietra e ripensa ai suoi malefici. Diciassette anni dalla morte di Elsa? Nel letto del Policlinico nemmeno più aveva voce e mi stringeva le mani, chiedeva al futuro affetto e memoria. Le notti trascorse sul tetto ondulato, chiusi nelle coperte, nei sacchi a pelo, persi nel cielo stellato,  levando parole al silenzio. Non era facile stare alla sua vivezza, dentro il suo stupore. Negli occhi dell’amica quasi ottantenne brillava la bellezza. Troppi anni dalla sua morte, mi ripeto attonito. Che vale  penare in un tempo così veloce? Sono ancora qui,  dopo di lei  altri morti amati. Stasera, al ritorno, vado cantilenando “Il trionfo di Bacco e Arianna” di Lorenzo de’Medici,  mi tornano più volte quei versi, li ricordo bene? <  Perché il tempo fugge e inganna / sempre insieme stan contenti.> Dice  così? nel tempo che fugge e inganna l’un dell’altra sono contenti? Sapersi contentare nel tempo fuggevole, sapersi bastare nella vita poca e fragile che ci è data? E’ così?

8 marzo 2014

 

– 8 marzo 2014. Un chiacchierume generale insopportabile. Sostituisce il fare, il pensare. E per avvivarlo, non bastando il ciarlare, ci si attacca, ci si insulta, ci si annienta. Il che parrebbe ai più distratti un processo ininterrotto, e non sanno i miseri, i distratti, che il processo è di continuo intentato contro se stessi. Come difendersi, come salvarsi se non rinunciando a quelli che chiamano i “media” e vanno intesi per “ultimi”: prima della rinuncia e della dabbenaggine? Il rischio è che, difendendosi, si arriva alla solitudine estrema, dunque all’uscita dal mondo. Così seguitiamo a cercare di comprendere, a darci qualche granello di fiducia. Una condizione di sospesi. Pure, molti di noi conoscono eccezioni al disastro, risorse di intelligenza, ch’è anzitutto buon senso, senso comune. Nella Marche, prossimo a Iesi, il comune di Maiolata Spontini; alcuni giorni fa vi  sono andato  a parlare di Sandro Penna. Un paese senza i problemi che incombono su  buona parte di quel che non  va più nominato come Belpaese. Hanno risolto con le immondizie, accolgono resti non inquinanti  e sui pozzi colmi hanno piantano boschetti di alberi odorosi. Col danaro che  ricavano stanno costruendo una scuola, migliorano le strade, hanno trasformato un’antica fornace in una splendida biblioteca peraltro molto frequentata ( lo dice il numero annuale dei prestiti e la  viva attività culturale), lo significa la folla composta non solo da anziani che segue gli incontri in biblioteca e che prova di essere interessata e perfino contenta, me lo spiega l’assessore alla cultura che giustamente fa rientrare la questione immondizia nel suo assessorato.  Si potrebbe copiare di là?Non sappiamo più che farcene dei vari dibattiti televisivi dove tutti urlano scomposti, né delle soloniadi a firma dei maggiori giornalisti. Vale più un piccolo accordo sensato, un gesto che significhi la precisa volontà di risolvere, di cambiare. Che altro possiamo al momento se non che ciascuno dal suo angolo si  adoperi al meglio  e questo, forse solo questo ed è poco, risulta l’unico conforto?

 

Intervista a Ignazio Gori –

ELIO PECORA: risposte a Ignazio Gori  (pellicanobeat@libero.it)

-IL SUO ESORDIO RISALE AL 1970, CON “LA CHIAVE DI VETRO” PUBBLICATA DA CAPPELLI. MA IN QUALI CIRCOSTANZE LE SONO GIUNTE LE PRIME ISPIRAZIONE POETICHE?

– Ho scritto la mia prima poesia a quattordici anni, andando in bicicletta lungo un viale alberato, in vista di campagne e di colli,  d’estate, nel paese nativo in cui tornavo per le vacanze.  Da allora ho scritto molti versi, in gran parte distrutti intorno ai vent’anni.  Quelle prime scritture seguivano e si accompagnavano a tante e  diverse letture. Già dagli inizi la scrittura fu per me ricerca di chiarezza e di stile. Volevo raggiungere gli altri, il mondo,  e trattenerli con le mie parole.

LEI E’ NATIVO DI SANT’ARSENIO, IN CAMPANIA, E SOLO DOPO MOLTE PEREGRINAZIONI E’ GIUNTO A ROMA NEL 1966. QUAL E’ LA ROMA CHE HA TROVATO, SOPRATTUTTO LA ROMA LETTERARIA CHE L’HA ACCOLTA?

  Sono arrivato a Roma da Napoli, dove avevo trascorso l’ infanzia e una lunga adolescenza. Venivo da una grande città e solo dopo un breve soggiorno in Svizzera. Le vere peregrinazioni erano avvenute nella mia prima infanzia, seguendo mio padre ufficiale della Marina Militare che, dopo anni e anni di servizio sul mare, fu chiamato a destinazioni terrestri prima in Grecia, in un’isola del Dodecanneso, poi in Liguria a Spezia.

Nel 1966 avevo trent’anni, possedevo un bagaglio notevole di cultura letteraria, non solo italiana. Mi comportavo con spregiudicatezza e con  raro disinteresse: da sempre miei caratteri portanti. Il caso volle che, nel primo anno romano, per sopravvivere lavorai nella libreria Bocca di piazza di Spagna, frequentata da scrittori e da artisti. Erano in molti a fermarsi a parlare con me di libri e non pochi vollero incontrarmi fuori di quel luogo. Il resto venne da sé. L’uno parlava di me all’altro e il cerchio si allargava. Non era facile restare in quel cerchio, in pochi riuscivano appena a farvi capolino.  Occorreva aver doti tali da  incuriosire, interessare, procurare amicizia e, nel mio caso, anche un affetto durevole.  Era quella una Roma ancora assai viva. Scrittori, poeti, pittori, musicisti, attori, s’incontravano quasi quotidianamente nei  caffè del Centro  e nelle trattorie, e si discorreva, ci si confidava, si arrivava anche ai contrasti ma per vedersi il giorno seguente. V’era un rapportarsi all’altro che di sicuro arricchiva l’opera di ognuno. In quegli anni vidi molto teatro, molto cinema soprattutto nelle sale d’essai, un numero considerevole di mostre nelle tante gallerie d’arte, partecipai a feste e a presentazioni, cominciai presto a scrivere per settimanali e per giornali e questo mi venne subito dopo che il mio primo libro ( nel quale era confluita una parte di quel che aveva riempito i miei quaderni di appunti e i diari tenuti negli anni napoletani) cominciò a ciircolare prima fra piccoli gruppi in dattiloscritto quindi in libro edito da Cappelli. Quel libro mi portò l’amicizia di Elsa Morante e, dopo di lei, di Bellezza e di Moravia, di Palazzeschi e della Rosselli. Per nominarne solo alcuni. Potrei in definitiva affermare che la società romana, non solo quella letteraria, mi accolse  amorevolmente e io accolsi lei con affetto, ma anche con modi franchi e, lo ripeto, estranei da ogni dipendenza e interesse.

QUAL E’ STATO IL POETA CHE PIU’ DI TUTTI L’HA INFLUENZATA, STILISTICAMENTE E/O UMANAMENTE?

– Sono numerosi i poeti, ma anche gli scrittori, i filosofi, i saggisti che ho letto e amato. Ma quelli che mi hanno formato, quelli che hanno vigilato sui miei inizi, e dai quali non mi sono mai separato, sono stati i  poeti latini e i greci. Ne amavo e ne amo la limpidezza della scrittura, l’esattezza della parola, il vigore della sostanza. Insieme a loro il mio nume centrale è stato ed è Leopardi, quello dei grandi idilli e dello “Zibaldone”, uomo della conoscenza e dell’emozione, della scrittura che incanta e che vivifica anche dove geme e denuncia. Dopo sono venuti Saba e Montale, Auden ed Eliot, fino a Penna e a Brodskij. Molto poi mi Hanno influenzato in giovinezza, e sono rimasti miei riferimenti ineludibili, il Max Frisch e il  Gombrovicz dei diari, il Giorgio Colli dei presocratici, il Nietzsche dell’”Al di là del bene e del male”, L’Henry Miller de “I tropici”. Il fatto è che continuo tuttora a cercare nutrimenti nei libri del passato e del presente.

PARTENDO DAL CASO DI SANDRO PENNA, DEL QUALE SI E’ A LUNGO OCCUPATO SCRIVENDONE LA BIOGRAFIA “SANDRO PENNA: UNA CHETA FOLLIA”, SECONDO LEI LA POESIA E’ ANCHE UNA SCELTA DI EMARGINAZIONE SOCIALE?

Non lo credo per niente, Credo piuttosto che il poeta, se è tale, sta dentro una sua solitudine anche mentre si muove fra gli altri. IL suo conoscersi poeta è avvenuto quando ha sentito la sua diversità, il suo bisogno profondo di consegnare all’opera e al mondo quanto è giunto a percepire. Penna non è mai stato emarginato, già dalle prime poesie è stato riconosciuto nei suoi talenti da Saba e da Montale, dall’Italia Letteraria che nel 1932 pubblicò in prima pagina le sue prime  poesie, da Ancheschi che nel ’39 ne scrisse entusiasta, da Pasolini che lo poneva più in alto di qualsiasi altro poeta vivente. Certo di poesia non si vive, non vi sono eccezioni. E Penna non se la sentì di vivere con lavori letterari e si dedicò a vari commerci, ultimo dei quali  nelle opere d’arte, e così ebbe in casa e vendette oli, disegni, incisioni dei maggiori artisti del tempo: che un po’ gli donavano, un poco gli vendevano a basso prezzo le loro opere. Se parliamo di emarginazione sociale tutti i poeti ,di ieri e di oggi, vivono emarginati da una società ignorante e superficiale, che guarda alla poesia come a un bene inutile.

-LEI SI SENTE POETA IN CHE SENSO?

-Nel senso che credo in quel che ho scritto e scrivo come un bene che consegno al lettore attento, e lo consegno per restituirlo. Soprattutto credo nella poesia, in quella del passato e della contemporaneità, e vi credo così tanto che da un trentennio vado per scuole a parlarne con gli studenti,  dirigo da dieci anni  una rivista di poesia in cui accolgo quel che reputo il meglio della poesia italiana e straniera e degli studi sulla poesia, ho inventato decine di incontri pubblici e letture di poeti anche grazie ad amici che mi hanno prestato teatri, bar, gallerie,  ho curato antologie di poesia. Il senso sta in questo mio fare e nella coscienza che ho del mio bisogno di estendere un tale bene .

 -IO HO CONOSCIUTO DI PERSONA ALDA MERINI. MI SAPREBBE DIRE IN CHE MISURA LA FOLLIA, INTESA IN SENSO LATO, IMPLICA LA FIGURA DEL POETA?

– Sono stato molto amico di Amelia Rosselli che, quanto a follia, vi si è mossa molto più ampiamente e proficuamente della Merini. La quale, per sua stessa ammissione, era stata rinchiusa in un ospedale psichiatrico  per una serie di sviste e di prepotenze.  Non v’è traccia di follia nelle poesie della Merini. In quelle della Rosselli la follia è linguistica, ma è fatta di accensioni musicali che furono la sua prima e maggiore dote. Potremmo parlare del demone socratico che invadeva l’una e l’altra quando si lasciavano all’estro. Ho assistito a qualche invasamento della Merini, una volta di persona in casa mia in un’ora prossima all’alba, due volte al telefono. Non era più che un lasciarsi andare alle parole che le venivano da una strumentazione appresa giovanissima dai libri sacri e dalla poesia maggiore. Della Merini potrei ricordare un’episodio di allegra scaltrezza.

 -COME RECENSORE, CRITICO ED EDITORE DI POESIA, COSA SIGNIFICA PER LEI  OCCUPARSI ANCORA DI POESIA IN UN PAESE OSEREI DIRE QUASI “SPOETATO”?

– Per l’esattezza ho scritto lungo più di un trentennio di letteratura nelle sue varie forme e, dunque anche di poesia. Me ne sono occupato come un lettore appassionato e come un onesto cronista, più che come critico. Editore non sono mai stato. Dirigo “Poeti e Poesia”, e sono grato all’editore di Pagine che me la lascia fare in totale autonomia. Non parlerei di paese spoetato visto che  si contano a decine di migliaia gli autori di versi e versicoli. Ricevo quasi ogni giorno libri e libretti di versi, basta solo scorrerne qualche pagina  per saggiarne l’inconsistenza. Quel che manca a grandissima parte di questi aspiranti poeti è proprio la conoscenza della poesia, di quella che deve servire a modello e  misura. Potrei parlare di ingenuità, in troppo casi è solo vanità e ignoranza. Aggiungo che in questi ultimi anni sono molto cresciute le pubblicazioni “poetiche”,  una moltitudine pretende gli allori.  La poesia resta “rara avis”, un bene per pochi dotati e disposti a una lunga spossante ricerca interiore e a un testardo esercizio espressivo.

-HA UN AUGURIO DA RIVOLGERE IN PARTICOLARE ALLA POESIA CONTEMPORANEA, E A QUELLA EDITORIA, SEMPRE PIU’ RISICATA, CHE SE NE OCCUPA?

– Non possiamo pretendere che l’editoria si adoperi per la poesia, quando è così poco letta e acquistata. Gli stessi poeti più riconosciuti sanno che i loro libri circolano fra poche centinaia di persone.  In queste condizioni che altro augurare se non che quanti dicono di amare la poesia anzitutto se ne nutrano, ne comprendano la necessità, la amino in ogni caso prima delle loro vanità e pretese.

 

 

 

 

 

 

 

 

2 marzo 2014

 

-2 marzo 2014.  Per scrivere di sé e delle proprie giornate bisogna guardarsi e aver certezza, o almeno quasi certezza, di sapersi guardare. Prima ancora che vedere. Ed è così tanto lo scompiglio, nei pensieri e nel corpo: che da quei pensieri è condotto e più spesso travolto. Ed è così buio e confuso quel che si presenta di ora in ora, di momento in momento, del mondo e degli altri, che ne succede un doloroso silenzio. Dal quale potrebbe derivare la resa al niente e al vano se non risorgesse di continuo l’attesa di uno scioglimento, il gesto che resiste, continua. Dunque, m’aggiro nella stanza chiusa della mente, in un’affollatissima solitudine che, mentre ferisce e ottunde, non smette di aprire nel buio finestre di luce. Allora mi domando da chi e quando m’è stata consegnata questa promessa di salute, questa voglia testarda di restare. E somiglio ai tanti e ai più se, nonostante le lacerazioni e le rovine quotidiane, propalate fino al godimento da una moltitudine di professionisti della notizia e del commento, avanzano folle che chiedono e pretendono  quel che ancora ritengono il giusto e il sano, il degno e l’uguale.