24 novembre 2013

24 novembre 2013-  (Ho riflettuto molto su quel che ho scritto ieri l’altro. Lo riassumo alla meglio, ma è discorso da tornarci molte volte.) L’artista e l’uomo di conoscenza si consegnano al mondo, non v’è dubbio. Restituiscono quel che gli è stato dato e che hanno conquistato con fatica e per talento. Ma questo consegnarsi è di ognuno e di tutti: conoscersi vivo solo riconoscendosi nell’altro, consegnandosi  all’altro e al mondo e per questo sentendosi parte di un tutto, esistente nell’esistenza. Non siamo soli nemmeno nel sogno, se perfino l’incubo e il vuoto sono luoghi in cui ci perdiamo. Ci rendiamo vivi e abitanti della Terra dando e chiedendo. E’ questa la solidarietà di cui parla il papa? Si dà anche odio, rancore, scontentezza, con quali esiti? Il solco aspetta di essere concimato, il dolore fida nel conforto. Quel che chiamiamo natura attende e pretende di essere rispettata per dare i suoi frutti, per sviare le sue sciagure. < Amore con amor si paga.>  Quanti l’hanno compreso? E non v’è uomo o donna che non chieda amore, anche quando ne grida il  rifiuto.

22 novembre 2013

22 novembre 2013-  Quando si pronunciò in me per la prima volta la scrittura, propriamente in versi, di un componimento enfatico eppure appassionato, all’età di quattordici anni, andando in bicicletta lungo una strada fiancheggiata da quercie, ora so che allora, in quel tramonto settembrino,  mi venne di dentro la certezza di una consegna. M’era stato dato un bene, forse un talento che, mosso da un demone interno o da una eredità sconosciuta, mi poneva in disparte e mi obbligava a una  restituzione. Se   la mia vita quotidiana non era che un andare fra limiti e difficoltà, fra scontentezze, facili allegrie, istanti di felicità anche ingannevole, ed era ed è  tutta da traversare come un compito  perseguibile al meglio e onestamente; quel che avrei scritto di mio – per una necessità segreta e in un lavorio instancabile-  sarebbe stato tutto da  consegnare a mia volta a quanti sostassero anche solo per poco nelle mie paginette. Dunque non mi si confacevano intimità e riservatezze. Quel che mi significava e che esprimevo apparteneva a tutti. Così, ogni frase che ho scritto, anche la più personale, sentivo e sapevo che valeva come testimonianza e restituzione: mi davo  agli altri  per ritrovarmi: in un sè finalmente contento, in certi momenti perfino ebbro. Estremo narcisismo? Quel che  vale  per me vale, non ho dubbi, per quanti si dedicano all’arte e alla conoscenza. E’ il fuoco della loro illusione e della loro “superbia”.  ( Quel che della loro vita resta fuori , e spesso è la materia rozza  di quanto esprimono e faticano ad esprimere, è gravezza e delusione, fiacchezza e cedimento.) Ma il bene  che viene a chi sappia godere di quelle consegne! Da parte mia ho musiche e libri bastanti ad assicurarmi quel bene.

Risposte a Francesca Dididi (2012)

risposte a Francesca Dididi

 

1. Come vive il suo mestiere di scrittore? O meglio, scrivere è un mestiere?

 

Lo vivo come la vita che mi sono scelta, per talento, inclinazione, consapevolezza. Ho cominciato nell’infanzia ad amare i libri e le parole. Ancora ragazzo ho voluto anch’io consegnare con la scrittura quel che vedevo e sentivo di me stesso e del mondo. Da allora non ho smesso.

Scrivere non è un mestiere se ogni giorno, ad ogni frase, si è davanti al vuoto e al dubbio, alla ricerca della parola  esatta, all’urgenza di raggiungere l’espressione.

 

2. Si è mai chiesto cosa sia, quale forza la spinga a comporre?

 

– Vale ancora quel che affermava Socrate. Un demone si muove dentro, fra mente e cuore, e spinge ed esalta e atterrisce. Soprattutto per la poesia, il primo verso va formandosi misteriosamente, gli altri vengono dipanando quel che quel primo verso ha segnato e tracciato. Si scrive per necessità, per consegnarsi nella scrittura all’altro da sé e agli altri. Si scrive per sciogliersi da quanto s’è visto e compreso e poter proseguire più leggeri verso altre gravezze.

 

3. C’è davvero un qualche sentimento da cui nasce l’ispirazione? E quale è?

 

  Credo ancora che la migliore definizione della poesia è stata data da un matematico  del Settecento, Tommaso Ceva: < La poesia è un sogno fatto all’ombra della ragione.> Di fatto chi scrive deve non solo molto sognare, ma anche uscire dal sogno per intenderlo, interpretarlo, districarlo, e sapere che trascende il sognatore e va verso tutto e tutti per significarsi.

Quello che detta il demone, che possiamo chiamare ispirazione, viene dal profondo di noi. Ma questa profondità si svela a chi sa affrontare domande, tentare risposte, procurarsi strumenti affinati e affilati per arrivare a vedere di più, a sentire di più.

 

4. È difficile fare poesia oggi?

 

– La poesia ha sempre parlato a una minoranza, che oggi è più numerosa del passato. I poeti sono pochi come sempre. Moltissimi sono i versificatori. Per distinguere la poesia, da quella che si spaccia per tale, occorre lavorare fin dagli anni della scuola sul proprio gusto: che si assume frequentando i grandi poeti del passato prossimo e remoto, leggendo quel che alcuni dei poeti maggiori hanno riflettuto sulla poesia, imparando a riconoscere la qualità della forma e la ricchezza e complessità della sostanza.

Oggi la confusione è tanta e il gusto di troppi sta fra rozzezza e ingenuità.

 

5. Ritiene che la poesia conservi il suo posto nel mondo?

 

– Si parla molto di poesia anche nel nostro confuso presente. Purtroppo sono ancora pochi i lettori, contro i molti che pretendono di scriverne. Da parte mia ritengo che oggi la poesia, in un tempo di atonia sentimentale, di sordità dei sentimenti,  può aprire le nostre porte interne, dare le parole chiare ed esatte a quel che ognuno si porta dentro di inquietante e inespresso, risvegliare sensazioni ed emozioni, decuplicare la nostra attenzione e la nostra intelligenza del mondo e degli altri.

 

6. È cambiata, si è evoluta la figura del poeta?

 

Non vedo in che dovrebbe evolversi. Piuttosto dovrebbe evolversi la società che ancora oppone alla poesia tanta indifferenza e ignoranza. Non vedo in che si possa essere evoluto Montale rispetto a Leopardi, e Leopardi rispetto a Lucrezio o ad Omero.

 

7. Secondo lei, chi fa poesia può essere considerato un eletto?

 

  Di sicuro un eletto da se stesso a un esercizio così arduo che è pure un dono e un destino. Certo in una civiltà attenta alla qualità  il poeta dovrebbe essere ritenuto un bene da rispettare.

 

 

8. Quanto c’è di umano nella poesia? E di divino?

– La poesia è solamente umana, direi terrestre. Al momento non ne conosciamo altra. Che possa attingere al divino, ossia a quella larga parte di mistero che ci circonda, anche questo viene dal suo stare nell’umano che sogna, desidera, s’interroga sul tempo e sulla morte, si guarda nell’infinità degli spazi fra stupore e paura.

 

 

9. Sente il legame con i suoi padri letterari?

 

– Ho già precisato che ho cominciato a scrivere perché assai presto sono stato attratto dai libri che leggevo, dagli autori che mi mostravano la strada della scrittura che arriva ad esprimersi . Di padri potrei nominarne tanti, anzitutto quei pensatori di cui mi sono invaghito nella mia adolescenza, che vanno da Montaigne a Max Frisch, e prima ancora i poeti greci e latini, e in sommo grado Leopardi e  Saba , dei quali porto nella mente opere, immagini, pensieri. Senza padri, nella poesia come in ogni altra arte e professione, non si hanno radici e non si possono avere frutti.

 

 

10. Cosa significa, o comunque ha significato, per lei essere figlio?

 

Ho avuto un padre che navigava, che ho amato a mio modo e che ho visto assai poco. Ho cercato padri nei diversi scrittori e poeti ,ormai posti sugli altari, di cui sono stato amico caro e disinteressato, ma ho trovato solo fratelli. I padri li ho trovati negli autori che ho conosciuto solo nelle loro opere e  ho sentito e compreso che stavano consegnandomi il meglio di loro attraverso la parola distillata della poesia, attraverso il pensiero divenuto immagine limpida e necessaria. Essere padre significa consegnare i frutti della propria esperienza, volere che il figlio compia il suo viaggio giovandosi di quel che il padre gli lascia.

 

12. In una sua composizione contenuta in Simmetrie, dal titolo (Impromptu), gli uomini vengono descritti mentre annaspano e si affaticano. È quindi la fatica la protagonista del nostro tempo?

 

– Non del nostro tempo, ma di ogni tempo.  Vale citare la parte iniziale della Bibbia? Vale leggere le storie passate. L’uomo è ancora e soprattutto nemico di se stesso. Ancora produce danni all’ambiente nel quale vive e ai suoi stessi figli. Non è protagonista la fatica, lo sono la confusione e l’ignoranza. Che  una piccola parte dell’umanità, oggi è una minoranza più folta, s’adoperi per il bene,  è innegabile e su questa e sulla sua crescita dobbiamo contare.

 

13. Si sente partecipe di quella stessa fatica che vede, oppure riesce a restarne fuori?

 

– Le fatiche non mi sono state risparmiate e non mi sono mai sottratto. Ma in ogni giornata della mia vita ho cercato e trovato  ore e istanti di allegria, di stupore, di godimento.

 

14. «Desiderio è mancanza» scrive lei in un suo verso de “ L’idea di stare”. Cosa crede che realmente manchi all’uomo?

 

– Gran parte dei mali dell’uomo viene dai troppi fantasmi che lo abitano e sono fantasmi che gli recano confusione e generano eccessi di attesa e di pretesa. Si tratta di quegli assoluti che stanno fuori di ogni realtà e di ogni possibilità. L’amore, la felicità, tenuti per beni sommi, sono equivocati. Non riconosciamo quel che sta toccandoci, non ne abbiamo cura, perché stiamo in perenne attesa di un più inaccessibile. La contentezza non è dell’uomo. Dunque il desiderio è mancanza, nel suo stesso etimo composto da de  privativo e sidera, stelle, ossia non avere il favore delle stelle. Si desidera quel che non si ha e non si avrà.

 

15. Ricorre nella sua opera la parola “ombre”. Cosa rappresentano esattamente per lei?

 

– Parola che sarà presentissima nel mio prossimo libro di poesia, di cui ancora ignoro la data di pubblicazione. E’ ombra che sta nella mente e nella nostra immaginazione, e parla con noi, vive dentro le nostre giornate. E’ la persona lontana o scomparsa che torna a manifestarsi,  ripete le sue verità e rende più chiare le nostre. Non è memoria, ma passato che si fa presente e lo accompagna. 

pensieri ritrovati

– La città amata, quella in cui  vogliamo restare per sempre, a cui sempre vogliamo tornare, è  come la persona che amiamo: irraggiungibile, segreta. Non sarà mai nostra nella sua totalità,  ne conosceremo solo quello che vorrà mostrarci, che potremo accostare. Eppure da questo deriva l’infinità e l’insaziabilità dell’amore.

– Non è il pensiero della morte a intristire, ma il disordine che la morte lascia alla vita che continua, i segni opachi della nostra esistenza.

– Il silenzio è stracolmo di tutte le parole che non diciamo, che non ci riesce di dire.

– Un giorno verrà qualcuno ad annunciare che la vicenda è conclusa e noi l’ascolteremo, finalmente arresi. Come il messaggero di Kafka dovrà traversare le mille porte che abbiamo serrato dietro di noi,  a difesa delle nostre paure.

 

14 novembre 2013

14 novembre 2013-  Mi pare che tutto quello di cui potrei scrivere qui dentro  non ha fondali  e, dunque, non vale accoglierlo nella scrittura. Che ormai è di tanti e di tutti e anneghiamo nei libri e nelle chiacchiere. Chi ha tanto ardire da contentarsi del poco e in quel poco orientarsi? Che possono i pensieri più sottili e ben espressi contro quel che di istante in istante accade nel mondo  e  di continuo e instancabilmente si mostra nella stupidità e nelle  rovine?  E le nostre, le mie, di stupidità e  di rovine? Dovremmo esigere la chiarezza, l’onestà. Ci contentiamo della simulazione.