Intervista con Lieti

 

           Risposte a Biagio Lieti

     Lei ha pubblicato il suo primo libro, “La chiave di vetro” (Bologna, Cappelli), nel 1970. Cosa stava accadendo in quegli anni nel modo di scrivere poesia rispetto al decennio precedente, nel quale il rapporto tradizione-modernità era del tutto messo in discussione e il “valore universale e perenne” della poesia andava dissacrato e rifiutato? Crede che gli anni sessanta abbiano segnato davvero una rivoluzione da questo punto di vista? Oppure sono stati gli anni successivi, il così detto post-sessantotto, a sancire definitivamente quella rivoluzione, attraverso un confronto più distensivo e libero (forse anche liberatorio) con il passato?
      

Ho scritto quel libro durante un soggiorno in Germania, a Tunzerberg in provincia di Monaco e poi a Monaco, fra il gennaio e il luglio del 1968.  Fu quella la mia personale e definitiva rivoluzione, intanto che adolescenti e giovani europei si rivoltavano. In quel libro confluirono le mie esperienze, il mio bisogno di fare i conti anzitutto con me stesso e poi con la società e con il mondo in cui avevo vissuto e vivevo, le mie molte e onnivore letture che, dopo il tanto letto fin dalla prima adolescenza dei classici e dei moderni, allora si muovevano fra Virginia Wolf e Max Frisch, Gombrovicz e Butor. Non m’attraeva l’avanguardia, piuttosto lo sperimento che porta all’opera. Quel libro nacque come prosimetro, e ancora oggi riconosco che vi si palesarono i miei assilli e le mie ossessioni, il mio bisogno di interrogazioni illimitate e il rifiiuto della negazione così dominante nella cultura e nella letteratura novecentesca. Solo dopo ho saputo quanto fossi vicino, prima ancora che a Sandro Penna, al Saba della “serena disperazione”.  Tanto mi veniva dalle mie  prime letture di Nietszche, e prima ancora dal mio amore per la poesia dei latini e dei greci. Quel libro si chiudeva con un patto di fedeltà a me stesso, ed era il patto di restare nella vita. C’è un mio  versicolo che i miei critici-lettori continuano tutt’oggi a citare: < Io compio l’avventura di restare.>  Quel piccolo libro mi procurò  l’amicizia di Rodolfo Wilcock e di Elsa Morante, di Palazzeschi e di Amelia Rosselli. Ne scrissero in pochi, fu tra i finalisti di un premio allora in auge. Ma fu visto dai più come un’opera fuori del momento e di tutto quel parlottio che portò assai poco ai seguaci delle ultime avanguardie. Le dissacrazioni e i rifiuti di quegli anni, mi parvero eccessivi, anche mal recitati. In quegli stessi anni la poesia , di Bellezza, poi di Cucchi, riparlò di un io sofferente, disperso, e gli esercizi di un Giuliani, di un Balestrini parvero ai più attenti algide esercitazioni.  Certo, a ben comprenderli e adoperarli, quei movimenti resero più libero e vitale il confronto con il passato. Ma chi del passato volle spogliarsi, spesso affatto ignorandolo, provò soltanto la pochezza e la spoliazione. La vera rivoluzione di quegli anni, che condivisi perché quella rivoluzione l’avevo già operata dentro di me fin dagli anni della mia adolescenza napoletana e in solitudine, toccò piuttosto  la vita sociale delle donne, i costumi sessuali, il gioco delle nuove apparenze. Tuttora, nella società italiana, vediamo a quanto poco sia valso davvero quel rivoltamento per una vera interiore crescita, l’unica che rende vivi e presenti fuori dei facili commerci e delle stolide obbedienze.
Vorrei precisare che ho vissuto intensamente nella società romana di quegli anni e nei suoi vari strati, e di essermi visto e di essere stato visto – accusato di alterezza , recentemente solo di fierezza – ben più libero e aperto dei tanti conclamati rivoluzionari.

  In Italia, oggi, assistiamo ad un proliferare senza precedenti di pubblicazioni, case editrici che si occupano assiduamente di poesia e che sfornano poeti senza soluzione di continuità. Come spiega questa iperproduttività rispetto ad un pubblico della poesia praticamente inesistente?
     

Ancora l’effetto delle false liberazioni. Si è parlato tanto, nei decenni scorsi, di libera creatività, di spontaneità proliferante. Un numero più che considerevole di persone di ogni ceto ed età scrive versi e  s’adopera per pubblicarli. Dietro queste vanità e pretese si sono moltiplicati i piccoli affaristi : editori che, per qualche migliaio di euro stampano libri e librini che l’autore fa circolare fra i propri amici e mostra in presentazioni anche costose. Occupandomi di poesia da un quarantennio, scrivendo per giornali e riviste, curando antologie e incontri pubblici, ricevo di continuo mucchi di raccolte di versi. E’ solo vanità o, in un mondo sommerso da un chiacchierume in cui nessuno crede a nessuno, per molti conta la speranza che il proprio scritto riesca a durare nel tempo?  La poesia resta un bene  che si raggiunge di rado, anche dagli stessi conclamati poeti, e  viene dal talento, ma anche da tanto lavorio sulla necessità ed esattezza della parola e su quelle verità che ininterrottamente ci tocca interrogare e cercare. Sicuramente l’eccesso di libri e librini di versi genera una notevole confusione, ormai accresciuta da internet, ma ancora una volta il gusto, che viene dalla frequentazione con  testi di qualità, ristabilisce i valori. Se in tanti scrivono la poesia non è morta, solo che va mostrandosi  a chi sappia riconoscerla.

  – In questo incredibile paradosso, secondo lei, chi paga il prezzo più alto: la qualità di alcuni poeti, che rischia di essere seppellita da questa crescita quantitativa e indiscriminata? O, invece, sarebbe proprio l’intero genere letterario della poesia a subire un pericoloso declassamento?

 

Non sono per le lamentele dei poeti, che misurano l’attenzione dei lettori con il metro delle udienze televisive e dei romanzi del passatempo.  Il pubblico di Montale e di Saba era anche più sparuto del pubblico che oggi s’avvicina alla poesia di qualche peso. Prima del Nobel a Montale e dell’assassinio di Pasolini gli italiani guardavano ai poeti come a creature chiuse nel marmo delle ville comunali e nei componimenti delle antologie scolastiche. Perché il pubblico della poesia cresca, anzitutto fra quelli che scrivono versi ma si guardano bene dal leggere, occorre che salga il livello d’istruzione, la finezza del guardare. Siamo in anni di decrescita invece. Da parte mia non dispero. Incontro annualmente qualche migliaio di ragazzi e bambini nelle scuole e in molti di loro trovo non solo attenzione, ma anche l’attesa di una misura diversa dell’essere e del capire. Seguitiamo.

Kenneth Koch ha speso gran parte della sua vita scrivendo poesie insieme con i  bambini. Li chiamava “poeti seri” e sosteneva che fossero in grado, in alcuni casi, di scrivere poesie addirittura più belle di quelle dei suoi “colleghi” adulti. Lei ha scritto dei meravigliosi libri per bambini: con quali motivazioni ha deciso di intraprendere questa avventura?

 

Scrivere con i bambini significa in qualche modo servirsi della loro freschezza di immagini e di sentimenti. Ma i bambini debbono piuttosto essere avvicinati dalla poesia che è lì ad attenderli. Vivono anni nei quali bisognano di modelli. Che scrivano le loro piccole poesie non va la di là di un gioco, di porte che vanno aprendosi. Ma va anzitutto dato ai bambini il patrimonio  palpitante della loro lingua e gli va mostrato come quel patrimonio sia stato  e possa essere preso al meglio. Bastano piccole poesie scelte. L’incanto è sicuro, la maestria  si scioglie nella  vivezza e nella partecipazione. M’è accaduto, alcuni anni fa, su richiesta di un amico, di scrivere una fiaba in versi. E’   stato come concedermi a un bene che avevo trascurato fin dalla prima giovinezza. In questi ultimi anni ho scritto poesie che sono andate ai più piccoli, ma che  possono essere lette da tutti.  Non credo che esista una letteratura limitata all’infanzia. Aborro il pigolio che molti adulti riservano ai bambini. IL bambino  ha l’intelligenza più vigile e aperta di cui un uomo o una donna potranno mai godere nel resto della vita. E’ una questione scientificamente provata.

 

3 agosto 2013

sabato 3 agosto: qualcuno legge queste pagine di diario? Potrei pensare al ” cuore messo a nudo” baudeleiriano.  Di quale nudità siamo vestiti? Illusione dello scrittore e del poeta: restituire quel che sente e intende, quel che lo esalta e lo intimorisce, insomma il mondo in cui si muove, si aggira. Potrà illudersi che qualcuno leggerà, accoglierà quelle sue  note e andrà per suo conto adoperandole? Viviamo in un contesto di irrequieti scontenti. Drizzata la bandiera della parità, direi dell’ omologazione, una folla immensa, più che ascoltare e guardare, vuole essere guardata e ascoltata. Tutti possono tutto. E via con la chiacchiera, con il teatrino delle vanità, e nel fondo una totale indifferenza verso tutto e tutti. Eccesso d’informazione, barbarie vincente? Forse, al momento, una possibile   salvezza può venire dallo starsene in disparte, seguitando in quel che ci legittima, o che riteniamo ci legittimi.  Due piccoli gatti, accolti da pochissimi giorni, ruzzano  instancabili nel cortile. Lo spettacolo è incantevole. Li legittima il gioco, si preparano a difendersi?