26 luglio 2013

– venerdì 26 luglio:  risposte alle nostre più inquiete e confuse domande, anche le più assillanti nelle giornate più fosche, possono venirci incontro inattese, da un libro, da una frase , da un gesto. Così, in un piccolo libro dell’Adelphi, trovo vere illuminazioni, anche facili, scontate, come sempre le vere risposte, gli estremi chiarimenti. Autore del  librino, “Moments musicaux”, è  W.G.Sebald. Si tratta di brevi prose,  un impasto di memorie e di pensieri di rarissima sottigliezza e di vera poesia. Le risposte? a pagina 41:< Vi sono molte forme di scrittura: ma è solo in quella letteraria che si può procedere, al di là della registrazione dei fatti e al di là della scienza, a un tentativo di restituzione.> Come dire meglio? Sono pochissimi gli scritti letterari che pervengono a una tale restituzione, e  pochi la tentano, di qui la loro necessità.  Ancora a p.44 una frase sospesa aggiunge:< …un’insperata e gradita forma di legittimazione.> Restituendo lo scrittore e il poeta si legittimano. Questo volevo sentir dire? E qui, nella casa del giardino dove m’accingo a un nuovo tentativo di restituzione e, in questo modo, mi legittimo! Che pretenda e m’attenda tutto questo, perfino per via di  un  diario esposto a non so  chi, forse soltanto dedicato al silenzio? Esiste silenzio maggiore di quello colto al di là del rumore?

20 luglio 2013

-domenica 20 luglio: sono giorni in cui mi sento pencolare nel vuoto. E’ accaduto anche nella mia prima giovinezza e nei  periodi più aspri  della mia esistenza. Con in più, oggi, certe fiacchezze, certi sperdimenti. L’età, l’umore mutevole, forse  un cedimento passeggero. Ma come si riprendono le forze se prima non si cede?  Una delle ragioni potrebbe venire dal dover stare chiuso in casa, debilitato dalla scialtagia. Un vero conforto mi viene dalla musica vista e ascoltata per dvd. Tanto Horowicz, nei suoi ultimi anni, in giro per concerti a Mosca, a Londra, a Vienna, e strabiliante per l’ironia, per il gioco dove troppo spesso viene  recitata l’esattezza e la solennità. Le sue mani vecchie  sprigionano suoni inconfrontabili, nessuno come lui sa passare con tanta levità dal fortissimo al pianissimo, fino al silenzio.  Può tanto un corpo piegato dagli anni, può ancora tanto! Via allora questo blaterare di politici e di giornalisti, queste apocalissi continuamente predette e promesse. E la miseria dei troppi che si esibiscono nel televisore e troneggiano nelle pagine dei giornali.  Verrebbe da negare il mondo intero se non venisse qualche voce pulita, degna di vivere la vita che ci siamo promessa, che abbiamo così a lungo cercata.  Fra qualche giorno, anche se con qualche difficoltà fisica, tornerò nel mio giardino. So che ha molte fioriture, il cerchio di ortensie, le dalie, gli ibiscus. Che mi verrà di scrivere quest’anno? Che mi darò stavolta, per motivarmi, giustificarmi? Altre parole, ma scrivendole  crederò di mettervi dentro per intero me stesso e il mondo che m’è dato vedere, sentire, patire,  perduto  e innamorato. Mi torna di continuo il primo verso del distico di Penna che feci scrivere sulla sua tomba a Prima Porta:< Nostalgia della vita in me riaffiora…> E mi dico che non è  nostalgia del passato, voglia di  ritorno, ma  vero inesorabile amore  per quel che è nella sua imprendibilità e nella sua grazia.

Intervista su Amelia Rosselli

SILVIA DE MARCH- domande su Amelia Rosselli a Elio Pecora

 – Quando conobbe di preciso Amelia? in quale circostanza?

 – L’ho conosciuta agli inizi del 1971. La Morante mi aveva avvertito: < Guardati da Dario Bellezza e da Amelia Rosselli, fanno venir fuori la parte peggiore di quelli che frequentano.> Valse l’avvertimento per Bellezza, di cui divenni molto amico e da cui mi vennero non poche irritazioni, e forse anche ire, ma tutte subito messe da parte. Non valse per Amelia, che è stata per me un’amica sempre affettuosa e con cui ho avuto un rapporto di vera confidenza. Ma devo subito precisare che il mio essere amico riguardava la persona  nella sua singolarità e tensione. Niente o quasi niente m’interessava dei  suoi rapporti con  partiti politici e con personaggi che non avevo nessuna voglia di conoscere.

 – Cosa ricorda della genesi e della maturazione di Documento?

– Si parlava molto di poesia con Amelia e di minimi fatti quotidiani, mai del lavorio per nuovi libri: faccende dell’autore nel suo segreto creativo. Valeva per lei come per me.

 – Quando  Dario Bellezza  conobbe Amelia?

 – Dario e Amelia si conoscevano ben prima che io li conoscessi. So che avevano abitato per qualche mese nella stessa casa e che Amelia accusava Dario di avergli sottratto dei libri. C’erano stati litigi fra i due e ormai si frequentavano assai poco e i cenni dell’uno per l’altro non erano dei migliori. Davano però come scontata la stima riguardo alla reciproca opera poetica.

 – Vi siete mai confrontati sulla figura di Elsa Morante? Cosa ne pensava Amelia? La frequentava?

 – Più di una volta abbiamo riso dei manicheismi della Morante e dei suoi eccessi verso gli amici. So che non si frequentavano. C’erano stati malintesi, litigi, e questo accadeva con buona parte degli amici, quelli  più autonomi, di Elsa Morante. Ma tanto Amelia che io apprezzavamo i romanzi di Elsa,  a eccezione de “La storia” che ci parve fuori di misura nel progetto e nelle pretese.

 – Lei la ospitò generosamente prima e dopo il suo soggiorno a Londra.Ha qualche ricordo particolare di quella breve convivenza?

 – Abitò in casa mia, a via dei Lucchesi, per qualche settimana. M’era stata data, da non so più chi, la possibilità di organizzare un premio di poesia. Chiamai nella giuria fra gli altri Cordelli e Dacia Maraini. Posi come condizione che l’ammontare del premio ( se ricordo era di cinquecentomila lire, somma all’epoca non disprezzabile ) andasse ad Amelia. Quel premio l’avrebbe convinta a  tornare da Londra dove si era trasferita e da dove mi comunicava molti disagi. Amelia venne, ritirò il premio nel Beat 72, teatrino molto attivo in quegli anni, e proprio in quei giorni decise di vendere la casa londinese e di acquistarne una a Roma. Qualche anno prima aveva venduto la casa ereditata da sua madre in Trastevere e  quei soldi erano serviti per l’acquisto in Inghilterra. Era la tarda primavera del 1975 e insieme vedemmo diverse case nel centro di Roma , e si decise per la casa di via del Corallo. Fin dalla prima visita m’impressionò la finestra della cucina a strapiombo sul cortiletto, ma io patisco le altezze. Che ricordo dei giorni in cui fu mia ospite? Certo le lunghe appassionate discussioni sulla poesia, ma fuori delle categorie e delle famiglie. La poesia come parola indagata, come anima che si rivela. Ne venne anche una intervista che pubblicai nella mia rubrica su “La Voce Repubblicana”. Ad Amelia, come a tutti quelli che vivono soli, piacevano i cibi ben preparati. A quel tempo viveva con me un giovane uomo, Glauco, che si dedicava con passione e competenza alla cucina. Molto spesso negli anni seguenti Amelia tornò a pranzo da me.

 – Quali eventi politici maggiormente la colpirono negli anni Settanta?

 – Fummo tutti molto colpiti dall’assassinio di Pasolini, Ci cambiò la vita.  Tutto divenne più triste e soffocante. E poi il terrorismo. Ne eravamo inorriditi. Ne era sconvolta la stessa Amelia, che già per suo conto, nei suoi fantasmi sempre denunciati, pativa la paura e l’orrore.

 – Come si adattarono l’interesse e le forme di intervento di Amelia rispetto ai mutamenti sociali e politici? Avendo approfondito il primo periodo della sua esistenza, si nota una sorta di distacco lento ma più smaccato a partire dagli anni Ottanta. E’ un’impressione infondata? In caso contrario fu un allontanamento consapevole e cinico oppure una delle complicazioni frapposte dalla malattia psico-fisica.

 – Ho già chiarito che m’interessavano la persona e l’amica, fuori di risvolti politici rispetto ai quali provavo una forte diffidenza. ( Non sono stato mai iscritto a un partito politico e l’unica fede che ho sempre professato e professo è nell’autonomia dell’individuo e nel rispetto del bene comune.) Amelia in quegli anni soffrì sempre più delle sue ossessioni. Accusava i servizi segreti di pedinarla, spiarla, “avvelenarle” i cibi e i vestiti. Chiedeva aiuto contro quelle forze malvage. Mi rivolsi ad Antonio Maccanico, repubblicano segretario di Pertini presidente della Repubblica. Sapevo che Pertini era stato amico dei Rosselli. Si arrivò a una lettera della Presidenza che assicurava Amelia di essersi adoperati perché finisse  la persecuzione. La rassicurazione valse per un poco. I fantasmi seguitarono a invaderle la casa e la mente. Ricorse alla medicina sempre più pesantemente. Dalla fine degli anni Settanta alla metà degli anni Novanta, ogni volta che mi fu dato curare in teatri, teatrini, librerie, gallerie, rassegne di poesia , la chiamai a leggere e venne. Soprattutto la chiamai a Roma e fuori città le volte in cui fu possibile avere un gettone cospiscuo per la sua presenza. Ogni sua lettura era un evento, per la tensione e i toni di quella sua indimenticabile voce.

 -Ha assistito a suoi interventi, corsi, seminari, letture in pubblico in sedi affiliate al Pci o all’Arci o all’Udi o al teatro della Maddalena?

 Non ho mai assistito ai suoi corsi  e seminari. Sapevo dalle donne amiche che frequentavano la Casa della Donna in via del Governo Vecchio che erano in molte entusiaste dei suoi insegnamenti. Debbo precisare che non ho mai condiviso leggende e mitomanie. Da metà degli anni Ottanta in poi, intanto che era sempre più gravoso lo stato di salute di Amelia, le cresceva intorno una corte  di donne forse protettiva, in gran parte  mediocre.

 – Come mai la Cooperativa Scrittori ventilò l’ipotesi di pubblicare Documento? Perché poi ritrasse la proposta?

 Amelia Rosselli , come affermò più di una volta, si sentiva affatto estranea al Gruppo 63 e all’Avanguardia. Si poteva parlare per la sua poesia di  ascendenza nella rivoluzione musicale del primo Novecento.  Lei amava la poesia di Penna, non quella di Saba che giudicava “cantabile”. Si riconosceva nella grande tradizione e non nelle rivolte ormai consunte. Si ricava da ciò la ragione per cui rifiutò quella pubblicazione.

 – Amelia scrive di aver incontrato Bernardo Bertolucci nel ’77; a mio avviso la sua conoscenza può risalire già all’epoca della frequentazione di Pasolini: può confermarmelo?

 – Mi pare strano che non abbia conosciuto prima Bernardo Bertolucci, A Roma ci si conosceva tutti. Forse Amelia vuole dire che lo ha “conosciuto” come regista e come artista  solo quando si è cominciato a discutere del regista.

 – Sempre in riferimento al ’77, accenna allo shock di uno scrittore di origine franco-russa morto suicida a Roma, romanziere e poeta bilingue: non riesco ad identificarlo. Lei lo ricorda?

 – Il nome non lo ricordo. Ne ricordo la morte orribile, che mi fu raccontata da amici comuni. Lo avevo conosciuto in uno dei tanti incontri in trattoria con piccole folle di amici. Raccontai di quella morte nel mio romanzo “Estate”, pubblicato da Bompiani nel 1981. Fui impressionato dalla vicenda, molto singolare. Mio solito interesse per l’umano, non per il pettegolezzo.

 – Ricorda il vostro intervento a “Serata di poesia, incontro-performance con la “nuova poesia”: Bellezza, Pecora, Rosselli a cura di Giorgio Di Costanzo, Cinema Lucia, Ischia Porto, 20 marzo 1980?

 – Lo ricordo come un viaggio faticoso per mare e come un soggiorno difficoltoso: le bizze e le stanchezze di  Dario, le allucinazioni di Amelia e i conseguenti sbalordimenti del pubblico ignaro, ma anche quella sua voce che leggeva e la fiducia che aveva e che ha avuto, fino ai suoi ultimi anni, nel mio affetto e nella mia “protezione”. Quanto a Giorgio Di Costanzo va detto che ha il dono dell’amicizia, è stato amico di molti di noi, anche e soprattutto di Dario e di Annamaria Ortese. Ama la letteratura fuori di ogni interesse personale e si dà interamente agli amici.

 – Quando si concluse o si rarefece la vostra frequentazione? per quali motivi?

– La nostra amicizia non s’è mai conclusa né rarefatta. Ci siamo visti di meno nei suoi ultimi anni, dopo anni in cui quasi ogni giorno ci incontravamo per pranzare insieme e sederci a conversare, da soli o con altri, davanti ai caffé del Pantheon, di piazza Navona, di Santa Maria della Pace. L’ho vista meno quando la sapevo circondata da amiche che l’avevano eletta a vate supremo e che la scortavano ovunque. Ma ero certo che ne avevano cura. Comunque, fino all’ultimo, ci siamo telefonati e quel giorno, qualche istante dopo che la televisione ha annunciato il suo suicidio, sono corso prima in via del Corallo poi all’Obitorio . Quella sera stessa proprio dalle amiche che più s’erano interessate di lei  mi fu riferito che il fratello venuto dall’Inghilterra insisteva perché i funerali fossero affrettati e lei fosse sepolta al Verano  nella prima tomba disponibile. Sapevamo che Amelia aveva un conto bancario con poche decine di milioni, ma il fratello-erede avrebbe potuto disporne solo entro qualche mese.  In due giorni di telefonate fagocitanti mi riuscì di ottenere un prestito da Marisa Tolve per acquistare un posto nel Cimitero Inglese e i funerali nella Casa della Cultura a Trastevere. Tutto si svolse al meglio. Ci fu la folla, i discorsi, il seppellimento all’Ostiense. Dopo ho saputo delle sue carte consegnate all’archivio di Pavia, dei suoi libri portati nella Biblioteca Comunale di Viterbo. Non so altro. Ho ancora scritto note critiche e ricordi di Amelia. Ho assistito allo scoprimento di una lapide in via del Corallo. Ora conto i vedovi e le vedove, che si sono promossi tali, e temo fortemente per la sua glorificazione: ché un poeta deve continuare ad essere vivo per chi lo desidera e lo comprende vivo,  non per chi vuole farne un proprio possedimento.

4 luglio 2013

giovedì 4 luglio – giorni di malesseri, di notizie faticose, poi fastidiose. Un conforto, un’invidia ammirata, anche affettuosa, per “Genealogia di un padre” di Valerio Magrelli. Indubbiamente il suo libro più carico, umorale, sapiente , crudele, commosso.  Non leggevo da tanto un libro italiano di questa misura. Un tempo ne avrei scritto da qualche parte, ora fatico a esprimermi in proposito di letture. Sento difettoso e limitato  ogni cenno. Il diario stesso mi sa di inutile. Mi costringo contro il silenzio, che fortemente mi attira. Ho sempre lottato contro l’inerzia, credo di aver fatto il poco o molto che ho fatto solo per avversarla. La questione del restare viene di là. E l’esempio poi di Penna e e di Wilcock: quale invito a tacere, a impastoiarsi nelle paure del corpo che ammala, invecchia! E questo tenere un diario “pubblico” ben sapendo che tutti, ma tutti, nessuno escluso, s’attendono e pretendono di dibattere, rispondere, darsi per necessità di presenza. Come se affacciarsi nella vita di un altro che  s’illude di consegnarne all’altro qualche segno sia diminuzione, perdita. Di sicuro mi soccorre la voglia ininterrotta di distrarmi da me stesso finanche nelle piccole mediocri storie televisive, prima che nelle pagine di libri già letti o solamente spiati. Il piacere di trovarsi o ritrovarsi nell’altro, negli altri. Il bisogno di ritrarsi dall’abisso del niente!