23 giugno 2013

Sono stato a Napoli per una giornata. In casa di Wanda Marasco, per una festa dedicata a me sulla sua torre terrazza. Una festa di musica e di letture. Serata felice, senza eccessi, senza mancanze. Vista di alberi e di tetti, la luna piena, aerei da Capodichino. Pubblico attento,  amico.  Città senza confronti se lascia compiangimenti e nostalgie. L’Acherman, che vedevo ragazzo al teatro San Ferdinando,  ha letto  una poesia  della Maraini su un amore nero, poesia interminabile e ripetitiva, ma resa dall’attrice – insieme ironica e appassionata-  al meglio.  Angelo Otero ha detto Viviani calcandone la forza alta e plebea,  ancora non abbastanza compresa da una società soffocata nel piccolo borghesume novecentesco drammatizzato da Eduardo. Carpentieri ha letto alcune pagine del mio “Per altre misure” con accenti  così intensi e tersi da restituire a quel testo la necessità che m’ero illuso di  consegnargli. Alla fine ho cantato, canzoni lontane, con timore. Ma tutti  hanno capito quanto di Napoli porto  in quel mio cantare. Un canto che  a me stesso è segreto. La festa s’è protratta.  Cordialità,  empatia, intelligenza: da questa città  appresi  l’allegria che s’affianca al dolore, qui  mi preparai  al mio andare restando,  al mio restare andando. Città abitata da chi  ne è prigioniero e padrone. Stamattina sono sceso verso la stazione, da Capodimonte, a piedi, fino a Foria, per i Miracoli e per San Carlo all’Arena, per strade assolate; davanti e sotto e intorno  la città  fittissima,   balconi, terrazzi,  case sfregiate,  luci sul mare,  la reggia, il porto, il Vesuvio, e odore di acacie e di limoni nelle strade strette. Ho scritto pochissime volte di Napoli.  Iersera, per giustificare il mio canto e la mia stessa presenza,  ho detto  che si va via da quel che amiamo troppo, per vederlo meglio, per amarlo di più, senza la rabbia e il rancore dell’amore vicino, pressante. Può essere detto meglio, ma ora so che è stato così.

Che ne è dei pensieri rifuggiti o rifiutati

– 19,giugno 2013. Immaginiamo un luogo in cui finiscano i nostri pensieri rifuggiti o rifiutati. Un luogo sconfinato, in uno stato perenne di buio, dove di rado riluciono scaglie colorate e solo per attimi baluginanti. Perchè i pensieri felici, quelli vengono a blandirci, a distrarci e, solo quando un evento malevolo o una fatica eccessiva li interrompono, li infrangono, si allontanano inutilmente richiamati. Sono i pensieri che chiamiamo prima di avviarci al sonno che, a sua volta,  li disfa per condurci verso un torpore vuoto,  o incontro a sogni confusi. Ma i pensieri della fiducia in sè, dell’amore sicuro, del domani contento trascorrono veloci, subito interrotti dai venti della contraddizione, del dubbio, della paura. Un teatro interiore mai fermo, mai zitto. Eppure in questo il nostro essere vivi, questo andarcene lungo i giorni e le notti guardando, attendendo, cercando. Pensieri di pensieri!

Scoloriture apprezzabili

– 18 giugno 2013. Vi sono pensieri che turbano e altri che, in qualche misura e per un poco, rasserenano. Pensieri che passano come un turbine  lasciando annaspanti e storditi, pensieri che s’infiltrano come una sottile vena d’acqua che pian piano s’allarga e  annega e infradicia. Ci si può liberare dai pensieri difficilmente, salvo a respingerli e tramutarli in piacevolezze raggranellate dal timore di perdersi, in bugie e aggiramenti. Pare che di pensieri difficili, o solo molesti, siano inseguiti e perseguiti i più dei tanti che traversano la città, vanno a torme per le strade e nelle metropolitane, procedono sordi e ciechi nei trambusti. Altrimenti perchè tapparsi gli orecchi con cuffie leggere che portano musiche stranianti, perchè negarsi a quel che il mondo nel bene e nel male  pone intorno e dietro e avanti? Forse molto di quello che ci si propina o ci si procura anche con fatica serve a non pensare, a non farsi toccare da pensieri che dicono la brevità, la fragilità, la pochezza. Infine, pensare i pensieri, che impresa, che rischio!

Una poesia abusata dalla memoria

– E’ parte della canzone di Re Enzo. La lessi per la prima volta, adolescente, nella Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis e allora mi avvolse di una terribile amorevolissima malinconia. Dice:

<Giorno non ho di posa/ come nel mare l’onda:/ core ché non ti smembri?// Esci di pena e dal corpo ti parte: / ché assai val meglio un’ora / morir, che ognor penare.>

Vale tener conto che la mia memoria invece di “Esci di pena” diceva “Lascia la vita”( più aspro e meno espressivo) e dopo “morir” dimenticava la virgola: che significa un muro anche gracile di separazione,  paura,  stordimento. Poesia…

18 giugno 2013

Accade anche qui che interrompa o tralasci il diario come è accaduto molte volte in tanti miei anni. Corrono giornate in cui gli eventi, piccoli e grandi, non chiedono attestati nè commenti. V’è poi  il sentimento vincente per il tutto vano o privo di peso. Ma può esservi anche il piacere, misto al dispiacere, di starsene intero e confuso, e lasciarsi portare dalla corrente e almeno per qualche rigo accennarne. Ma vale per due mesi di abbandono o addirittura di dimenticanza? Prima il viaggio a Madrid, il pessimo incontro nel liceo italiano, la città poco attraente, ma il Prado, il Thissen, il Reina Sofia, quel numero foltissimo di opere mirabili, gli stordimenti non solo per Goya, ma per Reni, per Monet,  finanche per Freud e Balthus, fino agli eccessi fotografici degli iperreallisti. Dopo venti giorni, con R, a Parigi, in casa di Alberto S., in giro tutto il giorno nel freddo e con pioggia insistente e per lunghe file al Louvre, all’Orsay, al Pompidou, a Versailles. Anche li, emozioni fortissime a vedere e rivedere l’Angelico e Leonardo, la Venere  e la Vittoria, e ancora Degas e Renoir, e la commozione fino alle lacrime per la grazia di un volto dipinto con la certezza che sono loro, le creature dei dipinti, i vivi, colti nella loro eternità e quei paesi e quelle stanze disegnate la sola realtà.  Parigi, per la terza volta, la gran capitale mi si mostra in tutta la sua magnificenza,  nell’ampiezza delle strade, nelle prospettive grandiose. Ma non mi tocca dentro. Dopo il viaggio andato bene( R. ha finalmente visto quel che voleva  da tanto e riparte per quella che ormai da tanto è la sua città e il suo fare), fatiche romane con frequenti  mutamenti di umore, notizie tristi di una persona cara, corpo che per empatia passa per paure e malesseri intermittenti,  la rivista da consegnare all’editore, il far bene che di continua viene sminuito dal far male e dal generale pressappochismo. Vale la pena di seguitare il diario? Vale trascrivere  versi risolti  per un probabile lettore?