27 aprile 2013

Giorni mossi, anche negli umori  tergiversanti, ebbri,  perfino rabbiosi. Viaggio a Madrid da lunedì 15 a venerdì 19,  chiamato  dal liceo italiano. Ho già faticato a sapere gli orari degli incontri con studenti e insegnanti. Pomeridiani. Dunque di mattina vedrò anzitutto  il Prado e “Guernica”.  Il docente da cui è partito l’invito mi chiama a telefono, in albergo a sera inoltrata, dice che verrà presto l’indomani, lui ha lezione alla prima ora, mi accompagnerà a scuola, il preside vuole salutarmi. La mattina dopo lo trovo  seduto di fronte all’ascensore. Andiamo, la scuola è vicina. L’ho già incontrato non so più quando a Roma, ne ricordo i modi e i toni insicuri. Ripete che, per i ritardi del ministero degli Esteri agli incontri, non potranno partecipare alcune delle classi, occupate in non so quante altre attività scolastiche. L’istituto si trova accanto al consolato italiano ( di cui non saprò niente e non vedrò nessuno). Il preside è in riunione, esce in corridoio a salutarmi frettolosamente. L’ho conosciuto durante i miei laboratori al liceo Mamiani, qui a Roma, qualche anno fa. Trova  tempo per dirmi che scrive anche lui poesie. So che, ottimo classicista, s’è divertito a tradurre Catullo in romanesco. Il docente timido ha avuto l’accortezza di indicarmi un ingresso della metro e di farmi acquistare un biglietto valido per dieci viaggi. M’ha dato anche una minuscola cartina con le dieci linee della metropolitana. Vado al Prado.    Vi resto circa quattro ore. Percorro sale, fra folle silenziose e attente, con torme di bambini e di adolescenti guidati da insegnanti…….

12 aprile 2013

Accade per questo diario come per i molti altri che ho tenuto e abbandonato nei vari anni, dall’adolescenza a questa che mi repugna chiamare vecchiaia. Stavolta poi, un diario “pubblico” se chiunque può leggerlo. Ma in quanti lo leggono? Io, di sicuro, non faccio niente per darne informazione, pure, finora, in qualche misura lo seguo: con il fine che altri sappiano quel che vado pensando o intessendo. Debbo tener conto, per altro, che il troppo che accade nelle mie giornate, nelle giornate di tutti, limita di molto pensieri e azioni. Che fare mentre il rumore copre ogni voce, e insensatezza e dissennatezza hanno la meglio? Qui pare che ognuno abbia perduto vista e udito, ma anche capacità di riflettere, di misurare, di tener conto perfino dei propri interessì, se questi sono la salute e la salvezza anche solo di sè e dei propri cari! Quel che si vede nei vari canali televisivi, che si legge nei giornali, che si ascolta nel tanto discorrere,  non è più di un insopportabile inutile processo, e  tutto finisce  nella negazione di qualsiasi speranza , generando una vera definitiva impotenza.  Sto qui e consumo le mie giornate in diverse occupazioni, più e meno solite, dietro le mie e le altrui vanità, dentro necessità imprescindibili di sopravvivenza. Parrebbe che gran parte delle persone seguita ad aver bisogno di asserirsi, di inserirsi. Quando dovremmo tutti risillabare il bisogno primo, che è quello di intendersi, di denudare già nelle parole quel che chiamiamo verità. Le giornate si fanno chiare, il chiarore romano di aprile. Il piccolo cane, dell’appartamento sotto il mio, guaisce, piange come un bambino che neanche un istante vuole restare  solo. Un astronomo di gran nome scrive su “La Repubblica” del Satellite Planck , che ha esplorato più estesamente l’immensità celeste e ci fa sapere e capire  più degli inizi dell’universo. Pure, l’uomo, la donna, sono ancora infanti storditi, impauriti, avidi perché insicuri, stupidi perché atterriti dalla morte.  Procediamo.

30 marzo 2013

Un diario è soprattutto questo star dietro i propri umori, che  fanno apparire centrale e impellente anche una sola frase, un minimo gesto, e mettono da parte o rifiutano il tanto altro che invade, riempie, opprime le ore e le giornate. Iersera,  a SantArsenio, mi trovo in chiesa dove mia cugina – che mi ospita nella sua casa ben riscaldata proprio accanto alla mia casa gelida e al mio giardino sparuto – deve informarsi sull’ora in cui le riportano a casa la statua ottocentesca e bellissima della Madonna Addolorata che, come ogni anno, lascia portare in processione per il paese insieme al Cristo morto. Così mi tocca assistere a una funzione interminabile. Lunga predica incespicante del parroco, adorazione al Cristo di una popolazione quasi tutta di donne, comunione generale. Venerdì santo con  tutti disposti al pentimento e all’amore cristiano. Non più i panni viola sugli altari, non più i trionfi del grano d’oro, uscito dal chiuso,  per i Sepolcri. Nuove più snelle liturgie, mi assicurano. Pure, nella mia infanzia, questi giorni erano del lutto per Gesù crocefisso e dell’allegrezza per la Resurrezione annunciata dalle campane a storno la domenica, nel sole del mattino. Ora il Cristo risorge di sabato, a mezzanotte. E a me pare molto meno trionfante.

24 marzo 2013

Leggo, nello scritto del Papa apparso oggi su “La Repubblica”, più volte nominato il “cuore” come sede dei sentimenti, anche dei mutamenti e delle crescite. Da molti anni la parola cuore, in quel senso, è stata rifuggita, anche derisa, rifiutata. Non è piccolo l’avvenimento. Il papa argentino aiuterà a rinvigorire quei beni che si credevano perduti   e, dunque, la tenerezza, la presenza dell’altro,   l’attenzione al tu e al sé e prima ancora la vigilanza dell’io e sull’io che appronta la vigilanza sul mondo.  Siamo  dunque a una rinascita morale?
Penso ad anni lontani, gli anni Settanta, in cui opporre un rifiuto, tentare un giudizio, causava l’accusa di moralismo. (Cordelli scrisse di me come un uomo all’antica, “coerente”). Anche nei discorsi di un uomo di vere acutezze come Moravia  moralismo suonava come una condanna. E la condanna divenne generica anche dove significava estraneità ai dogmi delle liberazioni in corso,  tutt’altro che liberatorie. Ora mi domando se non era un altra specie di moralismo  quell’ antimorale; e se non abbia portato a tante false libertà e corruttele e rovine un tale rifiuto di giudizio, un tale porsi in una  facile assenza di giudizio. Assenza che ha finito con il permettere a se stessi e a ognuno l’egoismo più sordido, i più ignobili commerci, la presente indifferenza verso ogni piccolo e grande imbroglio, la dominanza della bugia come unica verità popssibile..

17 marzo 2013

Ci sono giorni e pensieri e ansie spesso difficili da raccontare, più spesso banalizzati dall’eccesso. Varrebbe scrivere qui il molto che mi ha stancato, anche stremato, e il poco che seguita a spingere verso un qualche chiarore. Ancora è troppo, forse in crescita, il corpo che si occupa e preoccupa di se stesso, come se pretendesse di godere perennemente di impossibili equilibri. La sospensione è la più certa condizione di chi s’aggira o sosta nel mondo. In ogni giorno e in ogni istante pencola nel vuoto e cerca testardamente un appiglio. Giorni in cui i libri letti, i pensieri pensati fuggono via nella nebbia. A che vale testimoniare, commentare? Mercoledì sera, alla Luiss, ho parlato anche troppo di me in un’aula strapiena di ragazzi e ragazze che mi sono parsi incuriositi, interessati. S’è tardato l’inizio, perchè tutti, docenti e studenti, e anch’io, abbiamo atteso davanti a computer e televisori che dal balcone di San Pietro annunciassero il nuovo papa. E poi tutti contenti per lo straniero argentino, privo di orpelli e di regalità. Alle domande degli studenti ho risposto dilungandomi, spiegandomi. Ah, la scrittura, la poesia! per più di un’ora sono parse centrali e necessarie. Febbraro, che cura gli incontri, ha parlato poco e pareva contento. Che altro m’è capitato nei giorni dal cinque scorso a oggi? Un po’ tanto, ma non ho voglia al momento di scriverne. Ho però pensato ai miei tanti diari passati, sempre interrotti. Dipendeva la loro durata da quanto prendevano la mia attenzione quelle giornate e quel che vi accadeva. Attenzione tale da rendermele, quelle giornate, ebbre e piene. Era così?