17 gennaio 2013

Ho tenuto numerosi diari, fino dai vent’anni. Li conservo in un cassetto profondo, fra vecchie carte e appunti.  Stanno in quaderni spessi, con copertine telate,  alcuni interamente scritti, altri per una parte intoccati.  Diari andati avanti per qualche anno, alcuni per mesi, per settimane.  Sempre interrotti.  Ho vissuto periodi nei quali tanto di quel che vedevo, ascoltavo, percepivo mi pareva notevole, da riflettere, da ricordare. Devo dedurne che  ho vissuto il più del mio tempo in una condizione di inquietudine, forse di irrequietudine,  che mi allontanava dal bisogno e dal piacere di fermare sulla carta quel che mi accadeva e a cui assistevo. Forse ho consumato, in instancabili discorsi con amici che intendevano, quello che avrei potutoi consegnare a un diario. Con quel più che il parlare può dire e significare quando manca la vigilanza della scrittura e vince, come accade in me da sempre, l’entusiasmo.

Non distinguendo il pubblico dal privato, in quanto non ho niente da nascondere e tutto invece  da estendere per capire meglio raccontandomi, ho deciso di iniziarlo qui un diario. Ignorando e volendo ignorare a che potrà portarmi. Dismesso un facebook che ho patito come una giostra rumorosa di vanità dissennate, passo a questa nuova esperienza che ritengo   amministrabile di persona e che mi consentirà, almeno così credo, di darmi e affidarmi forse utilmente, certo affettuosamente. Correrò dei rischi? Se sono quelli dell’intelligenza che  prova se stessa anche e soprattutto nell’errore, di sicuro nel profondo ne godrò. E per oggi basti questa premessa.

Conversazione con Paolo Febbraro

Febbraro: Uno dei luoghi comuni che ti riguardano è quello che ti ritrae come un maestro in ombra, uno scrittore appartato e lontano dai movimenti organizzati. Ma è interessante capire come tu abbia vissuto la tua vocazione di osservatore acuto e partecipe e insieme di distaccato frequentatore di poeti e pensatori ben lontani dalla stretta attualità. E questo soprattutto nei “fiammeggianti anni “ Settanta.

Pecora:  Ho sempre creduto, fin da ragazzo, che la letteratura reinventasse la vita da “un’altra parte”. Era quel che mi veniva dai molti libri che riempivano le mie giornate e la mia immaginazione. Dunque quell’altrove va preservato dal rumore e dalla precarietà. La poesia, il romanzo, il racconto, la scrittura critica quando non discetta ma riattraversa sentendo e vedendo, e in sommo grado il teatro, non additano salvezza, non danno conforti, ma accrescono il potere del guardare e del sentire, aprono porte che non sapevamo di portarci dentro, allargano i cammini.

 Quando, nei primi anni romani, ho frequentato anche quotidianamente Penna, Moravia, Elsa  Morante, Palazzeschi, Amelia  Rosselli,Dario Bellezza – fra i tanti altri scrittori, poeti e artisti che ho conosciuto più e meno intimamente – ho subito saputo che i loro libri erano il frutto estremo della loro esistenza e, se da questa venivano contaminati, se in qualche misura la rispecchiavano, pure appartenevano a una regione interiore  non meno lampante e necessaria della vita “reale”, quella patita ma anche goduta. Non trovavo somiglianze fra la persona dell’autore e l’opera; la persona era tanto di più e tanto di meno. Così non ero un ammiratore e uno del gruppo o della famiglia, perché li vedevo inquieti, insicuri, non padri anche i più d’età, piuttosto fratelli in un difficile e pure amato viaggio. Così m’è accaduto di starmene “appartato” anche nel mezzo del gruppo e nella folla.  Fin dalla prima adolescenza, per non dire dai miei primi anni, mi sono sentito allo stesso tempo partecipe e testimone. Vigilavo e prendevo,  fuori dei giudizi e delle attese. Come lo spettatore di opposte simmetrie: cadute e resurrezioni, meschinità e grandezze, mai traguardi definiti, mai contentezze durevoli. E’ andata così. Ormai non vorrei altro. Quando ho cominciato a pensare ho deciso ( non so quanto consapevolmente) di dare attenzione a me stesso come parte e riflesso del mondo intero ,  guardandomi e guardando anche con spietatezza, ma anzitutto con empatia,  e con compassione, nel senso del patire insieme). Ho creduto nell’individualità che cerca continui nutrimenti, che si cerca per esistere, per conoscersi nell’altro e negli altri.  Ho sempre avuto avversione per chi sventola  bandiere. Troppo spesso gli sventolii servono a baratti e promozioni, raramente alla qualità di un’idea, al lume di una convinzione. Nel mio romanzo “Estate”, in un capitolo si racconta di un pranzo in una fastosa villa al mare. I convitati, tutti autori noti e  riconoscibili, discorrono di poesia e si schierano presto in due fazioni: una è per Montale, l’altra è per Penna (morto da pochi mesi). La discussione è accesa, le fazioni sono  convinte della propria scelta. Si arriva al secondo piatto, infine alla frutta e qui si capovolgono i pareri, la fazione montaliana passa a celebrare Penna e quella penniana si pronuncia per Montale. Una tale situazione s’è ripetuta molte volte nella società letteraria – la più ampia degli anni Settanta e Ottanta- che ho frequentato . Ho avuto certezza, così nelle giurie degli stessi premi letterari, che troppo spesso ci si pronuncia per  umori e alleanze, quando per  discutibili aggiustamenti,  quasi mai  perseguendo scelte sicure e gusti comprovabili. Quanto alle ideologie ne ho molto diffidato. Ho traversato anni confusi, e la confusione ormai è a tutti palese, e so di  non aver professato credi vacillanti né accertato bugie. Ho imparato ragazzo dai presocratici  che usare l’intelletto è guardarsi dalle prigionie di un credo, è  disporsi continuamente a veder meglio e di più. Quanto a me come  maestro? Se maestria è dubitare di possederla! E’ un viaggio continuo, una perlustrazione interminabile. Ne viene una vera allegria di esistere, allegria nel senso di energia, di movimento. “Io compio l’avventura di restare” è  il verso più  citato dai miei lettori. Posso affermare che ho solo voluto consegnare onestamente a chi era disposto a prendere quel che mi pareva di aver onestamente sentito, percepito.  Nelle mie tante collaborazioni a giornali e riviste, ho diffidato dei comparativi e dei superlativi. Ho letto e scritto anzitutto per il mio personale piacere, piacere che ambivo a comunicare e a condividere. Non ho subito a tutt’oggi censure e imposizioni. Ho avuto amici, che continuo ad amare e della cui opera continuo a interessarmi, ma dei più accigliati e scomodi, come Wilcock e come Penna e la Rosselli prima che fossero, questi ultimi due,  con mio sconcerto sacralizzati. Era scomodo anche Moravia, al di là della sua fama estesissima. E’ scomodo chi pensa fuori della mischia.   Mi dà un vero godimento concludere  da “appartato” e da “ rispettabile in ombra”. Sono riuscito a occuparmi di molti autori e di moltissimi libri, a mio modo , e ho avuto il privilegio di fare il mio lavoro e di scrivere i miei libri escludendo traffici e commerci.  Seguito a vivere così.  

 Febbraro: Si è parlato spesso, a riguardo della tua scrittura poetica, di una supposta “pacatezza” dello stile. Trovo che questo della “pacatezza” sia stato forse un complimento, ma ambiguo, e che tradisce la tua vera caratteristica di poeta incisivo e netto, ancorché musicale. Simmetrie, poi, credo che vada inequivocabilmente in una direzione contraria rispetto alla dolce malinconia e alla calma riflessione che si potrebbero attribuire a un poeta stilisticamente e umanamente “pacato”. Come leggi questa piccola costante, questa piccola vulgata critica sulla tua opera, e in generale quali sono stati i tuoi rapporti con il giudizio dei tuoi contemporanei?

Pecora:  Per chi abbia qualche dimestichezza con la musica, è scontato che il rumore resta rumore. Nella scrittura, sia in prosa che in versi, violenza e grido  diventano espressione. Vengono da regioni profonde, sono echi di verità ardue, ritrovate. Non appartengo alla specie dei “pacati”. Ho vissuto e vivo molto occupato da quelle che chiamiamo “passioni”. Chi mi è stato e mi è prossimo  conosce i miei eccessi, dalle tenerezze all’ira, e attende paziente che in me riaffiori la “misura”. So quanto sia poco efficace  l’eccesso e quanto l’aggressione generi solo aggressione. Certo, in una società di apparenze, di informazioni subissanti, solo quel che esorbita dalla “normalità” colpisce e convince, anche se brevemente.  Ma nell’opera letteraria il tono e la cadenza devono potere esprimere anche i sentimenti estremi con parole scelte per significare e per durare. La parola distillata di Pound: portata all’estrema tensione: che è fermarla,  colmarla di segni e di segnali. Ho cominciato ad amare veramente la poesia quando, da ragazzo, ho molto letto i greci e i latini. Non urlano il dolore, non esaltano l’amore, ne rivelano la forza nascosta, li consegnano perché durino in chi legge e sente.

C’è chi ha percepito in “Simmetrie” una visione cruda, e si è sentito  spinto per  una discesa infernale. Ne ammetto la terribilità. E il terribile si circonda di ombre e si silenzi.  La malinconia non può essere “dolce” se è malinconia, ossia desiderio che manca a se stesso, pensiero che misurandosi si cancella. E la riflessione dovrà sempre essere calma in quanto “riflette”, e  pensa, si pensa, s’interroga, si risponde.

Non pretendo che i giudizi sulla mia scrittura siano tutti elogiativi e concordi. Mi bastano i giudizi, anche contrastanti, di chi ritengo attento e onesto. Il meglio mi viene quando incontro qualcuno, sconosciuto, che  cita anche solo un rigo di un mio libro e  prova di avermi accostato e  conserva una traccia di quella vicinanza.    

 Febbraro: Negli anni recenti, credo tu abbia voluto porre un forte, definitivo accento sulla tua attività di poeta in versi, ma è indubbio che ti sia dedicato a un gran numero di iniziative e di generi letterari, rafforzando l’idea di un tuo felice eclettismo. Tutto ciò riafferma in te la natura di scrittore liberissimo, filosoficamente conseguente alla diversità dei fenomeni e alla dolorosa, ma anche umoristica, fatuità delle apparenze. A cosa stai lavorando, per l’immediato futuro, quali progetti e opere possiamo aspettarci?

Pecora: Fin dai miei inizi letterari ho mescolato i generi. Il mio primo libro era a metà fra prosa e poesia, al tono diaristico alternava il lirico e in qualche misura l’epico, visto che l’io  propendeva a fare della sua storia una leggenda. In seguito ho scritto in versi e in prosa, sono passato al romanzo e al racconto, poi alla biografia penniana e a un fittissimo numero di scritti critici. A ben vedere, pure usando strumenti letterari diversi, mi sono espresso nella medesima lingua – in cui significante e significato si agglomerano-  e dentro le stesse sostanze e ossessioni che tuttora mi nutrono e che  mi spingono alla scrittura. Non sento differenze, sento  bisogni di consegnarmi, e il teatro è uno di questi e di quelli dai quali sono sempre più attratto. Credo che la parola scritta sia sorretta da una musica interna. (Lo stesso Moravia sosteneva che ogni suo romanzo e racconto nascevano da una prima frase nata in sua propria musica). I miei progetti prossimi? Sto lavorando da tempo, con molte interruzioni, a un romanzo in cui m’è venuta  voglia di sviluppare temi e persone di un mio radiodramma trasmesso qualche anno fa  da Radio Tre. Ho nel cassetto  un folto gruppo di poesie estromesse dal mio libro mondadoriano, altri versi che preludono a un nuovo libro che prevedo colmo di voci e di eventi, oltre a  un volume di quaranta racconti brevi ancora inedito,  a nuovi testi per il teatro da completare e in progetto. Anche nella vita di ogni giorno mi adopero per non  lasciare lavori e rapporti in sospeso. Vorrei completare quel che mi è davanti e che pretende di essere concluso. Ma so che a disporre di me a suo piacimento è il tempo della vita, a me tocca solo augurarmelo.