pensieri incolori

– Pensieri incolori perchè non può nè deve aver colore il pensiero, pena la  strettura, l’ avviticchiarsi a una sola verità-apparenza. Raggiunto un pensiero, conquistato o ghermito, ancora ebbri della conquista si parte per accrescerlo o smentirlo. Un viaggio interminabile, in questo la sua vivezza e necessità.

– A chi assomigliarlo questi che parla e cammina, a quale modello-idea-sogno- progetto? in quale specchio trovarlo, in quale spazio stretto fra il sogno e la veglia, fra il raggiro e l’attesa? E chi somiglia a questo? nemmeno lui stesso sa dove cercarsi, in quale distanza posarsi.

– Raggiungere l’intento ( la felicità?) pensandola ferma, durevole, eterna.

– E’ spettacolo fra i più penosi la vanità che perdura nell’età avanzata. Prova la definitiva incapacità di comprendere la misura dell’esistente e, dunque, si nega – per cecità ed egoismo – all’intelligenza che è legame con la cosa e con il mondo.

– Il nostro non è tempo di padri, al più di fratelli inquieti e scontenti. Quando il padre, nel desiderio del figlio, è colui che spiega, addita, protegge, accompagna.

– democrazia è anche voglia e pratica di distruzione: che vengono, l’una e l’altra, dal pensiero e dal timore di non essere uguali ( in questione di potere, felicità, bellezza: non più che fantasmi, ma tali da pervadere di scontentezza, da sottrarre certezze e invalidare misure.)

– cercare spazio nelle stretture, proprie, intime, coltivate nell’insicurezza e nell’urgenza di erigersi su un qualche poggiolo, e vedere e sentire che il mondo è uno spazio comune e che dobbiamo starci , amando e accettando come un molto e un meglio quel che ci è toccato e ci tocca. In una pacificazione che  fa crescere dentro e intorno.

– Sentire nostalgia significa forse il desiderio di tornare là dove non si è visto e vissuto abbastanza.

– Ulisse torna per affrontare un nuovo presente. Dante lo fa ripartire perché lo reputa degno di rendersi ancora vivo.

– Il passato ci ha resi quel che siamo; il futuro attende impoverisce, promette. Ma il presente chiede, per essere vissuto, tutta la nostra energia ed attenzione. Così che memoria e attesa si disfano nello stare, nell’agire.

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– Ci danno lezione di scaltrezza, con tono inappellabile di maestri, esemplari, e noi, ammutoliti, arriviamo a vergognarci del nostro non saper stare nei commerci, di non saperci districare fra le menzogne. Questo in loro presenza, poi nemmeno più quello smarrimento, quella vergogna. Solo una cupa invincibile solitudine. E l’inerzia.

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Gli elogi in eccesso risultano offensivi, anche umilianti, quanto i troppi biasimi.

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L’amore.

V’è una vertigine – quando la persona che più amiamo e di cui tanto abbiamo paventata la partenza, si sta allontanando. Una vertigine che prende ed è un’irragionevole felicità; ma non è mai ragionevole la felicità.

– Ma l’amore, non è egli stesso un peso, un’impresa, una fatica? Se è uscire verso l’altro, volerne la corresponsione, patire attendendo, esaltarsi desiderando. Insomma, stare più acutamente e intensamente nella vita, ogni istante cercando la pienezza dell’amore, ogni istante temendone la sparizione, la perdita.

– Così, quella vertigine sarebbe una smisurata, quasi inconsapevole, mai chiesta liberazione? Come tornare nudi e vuoti, liberi!

– L’amore, pieno, durevole, succede all’ebbrezza dell’innamoramento e all’ardore della passione; ma, per goderne, occorre aver superato le pretese, non mai trascurando le attese.

– Amore e non amore sono strettamente legati. Ché un amore pieno e uniforme genera abitudine, noia, nei casi migliori affetto e spesso bisogno dell’altro. Dove quell’alternanza e vicinanza rendono vivo il legame che si maledice e si teme, e che a momenti riaffiora vivo e nuovo a stupire.

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Non pochi, fra quanti hanno legiferato con autorità sul niente e sulla negazione, proprio su quel vuoto hanno costruito la loro considerevole presenza.

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Un dialetto adoperato oltre se stesso, a esprimere quel che – per sua stessa natura e storia e radice- non può e non sa dire. Ne risulta forzatura ed enfasi. Altra letterarietà.

-Lingua della  nostalgia, di un tempo passato, consumato. E il lettore, quando ne coglie le grazie e le forze, si trova visitatore di museo, raccoglitore di strumenti divenuti inutili, anche se cari e rimpianti.

L’unica lingua per la poesia, per fare poesia, è la lingua viva, di tutti, del tempo in cui si muove, cresce, si spande, insegue le significanze, si tocca.

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L’ineffabilità dei brutti. L’atteggiamento di chi possiede e ostenta la bellezza.

L’odio, alla fine, è solo disprezzo, rancore, odio per se stesso: per l’invidioso.

Dalla città in fiamme il filosofo esce senza bagaglio. Spiega a chi lo interroga che porta tutti i suoi beni con sé, vuol dire dentro di sé. Pochissimi arrivano a tanto. E pure tutti escono nudi dalla vita: per costrizione.

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Ci si sfinisce di accuse e di contrasti. Nelle famiglie e nelle nazioni. Quando mancano ormai le forze per agire. Metafora tuttora validissima quella abusata dei polli di Renzo portati ad Azzeccagarbugli.

Le guerre sono approvate e inneggiate soprattutto da coloro che sono certi di non andarvi.

Il nostro non è tempo di padri, ma al più di fratelli inquieti e scontenti. Quando il padre, nel desiderio del figlio, è colui che spiega, addita, protegge, accompagna.

Poesie

– da Attilio Lolini, “Carte da sandwich”, ed.Einaudi.  ” Occhi”: < Mi pare di sapere / com’è andata // tutta la vita / una passeggiata / scombinata. // Le persiane socchiuse / parole recluse // la paura arriva / quando chiudo la finestra // il gradino che scende / nel tempo non fermato // ciò che mi circonda / è simile a ieri, a domani // occhi socchiusi/ le gelate mani.> ( l’amaro in questo libro di Lolini si fa leggero, eppure dentro parole necessarie ed esatte; la verità temuta e sfiorata diventa un gioco e in questo la poesia s’accosta e si pronuncia.)

– da Billy Collins, “Balistica”, Fazi editore. ” Agosto a Parigi”:< Mi sono fermato qui, in rue des Ecoles / a due passi dal boulevard St-Germain/ per guardare da dietro le spalle un uomo / con una camicia di flanella e un cappello di paglia / che ha disposto  un cavalletto e una sedia di tela / sul marciapiede per dipingere da una buffa angolatura / una vista laterale della Chiesa di San Tommaso d’Aquino.// Ma dove sei lettore / che non ti sei fermato nella tua passeggiata / a guardarmi da dietro le spalle / per vedere che cosa sto appuntando su questo quadernetto. / Da solo in questa città, / mi chiedo a volte come sei, / se uomo con addosso una camicia di flanella / o donna avvolta in una gonna azzurra fermata da una spilla. // Ma ogni volta che mi giro, lettore, / sei volato via, attraverso una piega dell’aria, / in una quieta stanza dove le imposte sono chiuse / a contrastare la calura del pomeriggio, / dove c’è solo il suono del tuo respiro / e, ogni tanto, del girarsi d’una pagina. > ( Un poeta che non conoscevo, notissimo negli Stati Uniti, e che possiede  la grazia dell’ avvicinarsi al quotidiano, di percepirne l’essenza dentro l’apparire: travalicandolo e  accogliendolo in  una struttura salda di parole e di suoni. Non poco il merito del traduttore, Franco Nasi, che peraltro introduce alla raccolta con un’ assai intelligente intervista all’autore : in cui ritrovo molto di quel che da tanto vado sostenendo, per scuole e luoghi vari, a proposito del leggere e frequentare la poesia.)

– da W,H.Auden, ” Grazie, nebbia”, ed.Adelphi , a cura di Alessandro Gallenzi: ” Recitativo della morte” : < Signore e signori, siete stati artefici di un incredibile / progresso – e il progresso, concordo anch’io è una gran fortuna; / avete costruito più auto di quanto sia possibile / parcheggiarne, infranto la barriera del suono, e senza alcuna / esitazione installerete presto juxe-box sulla Luna./ Ma vi prego di ricordare che io, la Morte, sono e resto / sempre Cosmocrate, nonostante tutto questo. / Mi trastullo ancora con i giovani e gli audaci; secondo / il mio capriccio, lo scalatore mette il piede su una roccia dissestata, / i ragazzi che nuotano vengono tirati giù dalle correnti di fondo / e chi accelera slitta su una strada gelata: / con gli altri, attendo che raggiungano un’età avanzata / prima di assegnare, a seconda dell’umore, / a chi un infarto, a chi un tumore.  //  Quanto a razza e religione sono assai tollerante; /ambizioni sociali, fasce di reddito e asset finanziari / con me servono a poco. Ci incontreremo di persona, nonostante / le medicine  e le bugie di medici e sanitari / e i costosi eufemismi degli agenti funerari: / la signora del Westchester e il barbone del Bowery al rullare / del mio tamburo si metteranno entrambi, insieme a me, a danzare.>

-da Baudelaire, “I fiori del male”, ed.Bur 2012,  nella traduzione di Nicola Muschitiello:”IL nemico”:< La mia giovinezza non fu che un oscuro temporale / ogni tanto attraversato da sfolgoranti soli; / il tuono e la pioggia hanno fatto un danno tale / che sono pochissimi i frutti rossi rimasti nel mio orto. // Arrivato come sono all’autunno dei pensieri,/ ci vogliono rastrelli e pale / per ripristinare le terre inondate, / dove l’acqua fa buche grandi come tombe. // Ma quei fiori nuovi che sogno, in questo suolo dilavato / come una spiaggia, chissa se troveranno / il mistico alimento che li farebbe belli e forti ?// O dolore! o dolore! Il Tempo si mangia la vita / e l’ignoto Nemico che ci rode il cuore / con il sangue che perdiamo diventa più grande e più forte!>

_una poesia di Constantinos Kavafis da “Un’ombra fuggitiva di piacere”, a cura di  Guido Ceronetti, nelle edizioni della Piccola Biblioteca Adelphi, “Mura”:< Tirate su sfacciatamente mura / Spesse mi circondarono opprimenti. / Non ci fu né pudore né pietà. // E adesso, disperato, eccomi qua. / Non penso ad altro. Mi distrugge l’anima / Una simile sorte. // Oh quante, fuori di là, / Avrei fatto cose! Ma io dov’ero / Mentre il loro lavoro procedeva? // Mai uditi da muratori / Strepiti, suoni… Mi hanno murato / Fuori dal mondo nel più gran silenzio.>

_ una poesia di Izet Sarajlic’, da “Chi ha fatto il turno di notte”, ed.Einaudi, traduzione di Silvio Ferrari, “Dal treno”:<Guardavo passarmi davanti le donne,/ le presenti e le future,/ i paesaggi / e i pali del telegrafo,/ ho visto il giorno e la notte/ succedersi in silenzio./ Scenderò giù  a qualche stazione / pazzo di questi mutamenti di colori e linee/ per comunicarti / che al cinquecentesimo chilometro dell’amore / ti amavo esattamente come al primo.>

– Elio Pecora, da “Tutto da ridere”, edizioni Empiria 2010, “Filastrocca a congedo”   (a Marisa Di Iorio ):< Escludi / i brogli delle banche, / i bilioni nascosti nelle panche, / le promesse  dei preti, / le mestizie struggenti dei poeti, /il chiacchiericcio dei telegiornali, / lo strepito incessante degli uguali, / l’assalto programmato dei diversi, / l’incetta dei dispersi, / le denuncie scomposte, / le rinunce irrisolte, / le verità sanate, / le bugie scontrollate, / e i tafferugli e i garbugli / e le menzogne e le rogne, / e le  bugie innegabili / dei maestri  stabili, / e i saggi compiacenti, / e i temuti  saccenti. // Escludi / l’ambiente avvelenato, / il traccheggio impostato, / l’immensa confusione / fra sentenza e opinione, / lo scempio dei governi, / i dubbi sempiterni / della mente impicciata / nella vita privata, / e aggiungi quel che vuoi / e quello che non puoi  / ma che tanto vorresti /anche se in altre vesti / da quelle che ti porti / addosso ( o malesorti!). / Ah, potersene andare / anche solo a svernare / dentro un altro pianeta / fatto di un’altra creta! // Escludi tutto il resto, / ma credi  sia onesto / scordare che restiamo / ( e siamo quel che siamo) / su questa terra sozza, / su questa terra mozza,/ sperando ogni minuto / dal buco dell’ imbuto / di respirare ancora / mentre ruzzola l’ora, / anche maledicendo / anche contravvenendo? / Al dunque, l’ esclusione / mutata in inclusione / non può che farci ridere / ancor più che sorridere:/ è una strada sicura / fuori della  paura.>

 

 

intervista a Mauro Carlangelo

A colloquio con Elio Pecora (a cura di Carlangelo Mauro)

<[…] Penelope disfece la tela/ per non scendere e decidersi,/Amleto ragionò con le ombre,/Faust scelse l’attimo sbagliato.// Io per mio conto/ siedo vestito di scuro/ e attendo la telefonata che rinvii/ a domani il mio problema.> (Gli Etruschi lasciarono tombe dipinte, in “Poesie 1975-1995”,ed.Empiria )

«Sono innamorato? – Sì poiché sto aspettando» (R. Bathes, Frammenti di un discorso amoroso)

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Scrive Dario  Bellezza su La Chiave di vetro (1970): «Egli epicamente si dice la sua vita come fosse un eroe», e si tratta di «una vita possibile», come diceva Thibaudet del romanzo, nell’opera di in un poeta, Pecora, incline alla narrazione, alla prosa in versi, al racconto minimo sui dettagli del reale, inquadrati in primo piano dal suo «occhio corto», dall’«occhio mai sazio». Ma lo sguardo dell’osservatore non può non modificare l’oggetto osservato, come è richiamato dall’epigrafe al romanzo Estate, tratta da Heinseberg (pure citato in Interludio) per cui è «impossibile ogni esatto accertamento». Quanto all’eroe, invecchiatosi Oreste in Amleto, lacerato ormai da tempo il pirandelliano «cielo di carta», Ulisse non può non essere in quest’opera che un «inventore di beghe», Circe una donna «insaziabile», Ettore «più incerto che feroce» (in Poesie 1975-1995, Empiria,  1997, p. 15). Nella casa borghese il personaggio che dice ‘io’, che attende «la telefonata che rinvii / a domani» il suo dilemma (p. 14), compare dopo un catalogo di popoli ed eroi dell’epica ‘classica’, dominatori dominati, «caterve» di schiavi, dagli orrori della storia fino alla epica ironizzata dell’oggi.  La maschera amletica della perplessità elevata a categoria universale («Solo il dubbio contorce / ognuno che respira», p. 75) è quella stessa che passa attraverso la ‘sperimentazione’ irrisolta di poesia, narrativa, fiaba, teatro, biografia, giornalismo. Il «figlio sperso» (p. 123), intriso dei classici, quanto mai cosciente degli archetipi della modernità, da sempre alla ricerca spirituale di un padre («oggi che molti padri invano ho cercati, p. 124),  «vestito di scuro» come Stephen Dedalus,  come lui si identifica in Amleto: «Figlio di un re affaticato, di una regina delusa […] / più avanti negli anni del flaccido Amleto, / bilioso quanto lui, incline alla recite / ho consumato decenni ad attendere il segno» (p. 66). Come Leopold Bloom, pure vestito di nero, si aggira per la sua città-labirinto (p. 65): Roma. Legato alle categorie della «perdita», dell’«attesa», della «scomparsa» (Gandolfo Cascio),  questo personaggio poliedrico e polimorfo è attento alle epifanie del quotidiano, analista delle sue emozioni, votato ad Eros che gli fa «benedire il suo lungo penare», aprire le porte alla gioia (p. 250).  Di un anti-eroe in perenne ricerca, si tratta, destinato a non approdare mai ad una meta, ad un genere letterario, di «tornare a metà del viaggio» (p. 33) ma capace di scrutare la realtà in modo esemplare.

 Nelle tue poesie si vede Ulisse, perso «ogni vigore», che «torna di sera alla nave / immobile dietro gli scogli» (p. 15);  si assiste ad alcuni squarci di una ‘telemachia’ in cui l’io-lirico si rapporta ad un padre, altra controfigura di Ulisse («vecchio randagio lungo deserti d’acqua»), ricordando l’attesa che la sua «nave inerme» lo conduca fra «chiuse mura». Il solo viaggio ora possibile, allora, è analogo a  quello delle formiche verso «rifugi insicuri» (p. 86)?

– Il viaggio possibile all’uomo del nostro difficile presente è soprattutto un viaggio nella conoscenza ; consiste nel riconoscersi per quel che si è dopo la caduta delle illusioni, fuori delle pretese e delle bugie. Il mito si rinnova ricreandosi in un mondo di diverse misure. Allora Ulisse è colui che si è perduto, ha pianto, ha tradito, è tornato a compiere  le sue vendette, ha saziato la sua nostalgia, e  alla fine riparte – come quello dantesco – ma, superate le Colonne di Ercole,  raggiunta la Luna, si specchia infine nella consapevolezza della precarietà, nella certezza della morte che gli spetta come norma sicura, si conosce uguale all’animale e alla pianta. Pure decide di restare, di affermare di istante in istante la sua eternità. Per un tale uomo  la città e la casa non sono che rifugi insicuri, risibili i  possessi. Come il sapiente, che lascia la città in fiamme,  porta via come unico bene soltanto se stesso, e dunque la certezza e il dono del  passaggio.

 L’attesa delimita l’orizzonte del tuo spazio lirico: «[…] t’ho incontrato alla fontana, […] ed ora sei l’attesa…» (p.225);  «Assale, strema accoltella, / […] fa tremenda l’attesa» (p. 223); «eri tu che aspettavo».  Barthes nei suoi Frammenti, pensando all’Attesa (Erwartung) di Schönberg, ha scritto: «una donna aspetta, nella foresta, di notte il suo amante; io sto aspettando solamente una telefonata, ma è la stessa angoscia. Tutto è solenne: non ho il senso delle proporzioni». Si può accostare ai tuoi scritti, a certe tue poesie sull’amore?

– La giornata del mondo è intessuta di attese e di pretese, ossia di un istante che precede e appronta l’istante successivo. Non conosco proporzioni, non le conosce il sentimento. Si continua a pretendere e ad attendere perché un’energia segreta spinge l’essere e l’esistere. Il meglio, il meno sofferente, è l’attendere e il pretendere fuori degli assoluti che stremano, che promettono in eccesso. Vedere, intendere, prendere, tenere ignorando i confronti: così  il bambino nella sua interezza smemorata.

«Pure dentro mi porto / quella ressa di volti / e le grida e i richiami» (p. 173) scrivi in una poesia dedicata a Napoli. Quanto ha contato per la tua formazione, per la tua poesia questa città in cui, dici in Al padre, t’«involse allora la pena che adesso sciolgo» (p. 123)?

Ho vissuto a Napoli per ventidue anni, una parte dell’infanzia e una lunga adolescenza. In quella città  mi sono  cercato  con molta sofferenza, ma anche con vera allegria. E’ là che ho compreso come dentro la pena si nasconda la gioia e il contrario. Ho imparato da quel popolo l’ironia che allontana i sarcasmi e le lamentele. Mi sono aggirato in quelle strade , ho trascorso molte ore nella Biblioteca Nazionale stendendo elenchi di libri da leggere. Ho scovato autori nelle librerie degli usati strette nei fondachi di via Carbonara e di Port’Alba. Ho cominciato, in una casa affacciata sui vicoli, a scrivere versi. E’ là che ho amato come persone prossime e vive gli autori che mi parlavano da tempi lontani o da  luoghi remoti, dai greci ai latini, da Leopardi a Virginia Woolf e a Gombrowicz. Allora mi sono specchiato, misurato, accolto, preparandomi ad essere  fedele a me stesso nell’inquietudine e nell’affezione al mondo che mi era dato abitare , all’essere che andavo conoscendo e riconoscendo. Ho scritto velocemente di Napoli e di quel tempo nel mio primo libro, La chiave di vetro, pubblicato da Cappelli nel 1970. Solo da poco  vado dicendomi di non aver mai davvero fatto i conti con la mia fuga da Napoli nel 1966. So che fu necessario, non so quanto vi abbia lasciato . O forse lo so quando mi lascio al canto e nella voce mi si levano lontane melanconie.

Stefano Suozzi parlando di un testo chiave, Nel fondo (in Simmetrie, Mondadori, 2007, p. 27 ss.) scrive: «si tratta semplicemente di essere uomo tra gli uomini viaggiando in metropolitana». Mi vengono in mente i celebri versi di Nel borgo: il desiderio […] / di essere come tutti / gli uomini di tutti / i giorni. Che cosa ritrovi in te, nella tua scrittura, del grande Saba?

– Fin troppo spesso sono stato avvicinato a Penna, solo perché a lui ho dedicato molte attenzioni.  Di sicuro mi sento più prossimo a Saba, per la vastità dei temi e per i  contrasti culminanti nella “serena disperazione”. Suozzi è  critico notevole, per di più appartato, fuori dei baratti. Saba, il cui narcisismo va visto in ben altra luce che in una lettura solipsistica, è grande poeta perché grande è la sua empatia verso quanto vede e svela. Non si tratta di sentirsi uguale a tutti gli uomini –  Saba si sente uguale  ai suoi canarini,  e non si limita a quelli – ma in viaggio con quanti ogni giorno condividono con noi lo spazio e il tempo della vita.

Nell’ultimo tuo lavoro in poesia, Tutto da ridere (Empiria, 2010) in cui raccogli «leggerezze o lepidità», palazzeschiani ‘divertimenti’, è presente un gusto per l’accumulo, per le elencazioni, come nella Società dei poeti in cui la «Musa […] ingorda» è padrona di una scena ricca di ‘attori’ ma vuota di lettori.  I poeti devono imparare a ridere di questa «[…] parte / tetra e grama dentro il mondo / in subbuglio ed in rovina» (p. )?

Quest’ultimo libro raccoglie versi e versetti scritti lungo decenni e sparsi in librini e plaquette. Sono venuti dalla mia giocosità napoletana, da quella leggerezza che sola può sorridere delle rovine e degli errori del mondo. La poesia italiana del Novecento, esclusi pochissimi autori, ha guardato a comicità e leggerezza come a generi minori, quando solo il riso e il sorriso possono far chiara la vista e pulita la mente. Quanto ai versificatori nostrani, in troppi oscillano verso seriosità e sentimentalismo, spesso verso un’enfasi truccata.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Sono in mesi e anni molto fertili per la mia scrittura. Sto riordinando vecchi scritti, sto completando un nuovo libro di poesie . In gennaio apparirà nelle edizioni de La Vita felice un mio poemetto composto nel 2005 e intitolato Nel corpo della Madre ed ho appena corretto le bozze di un’altra raccolta di versi che Ciro Vitiello sta per pubblicare per Oedipus e che s’intitola In margine e altro. C’è anche una mia prosa-romanzo in giro per editori. Insomma più che progettare continuo a scrivere.

( in “Gradiva”, number 39/40, Spring/Fall 2011)

Epifanie

Vengono ombre che s’appressano intente,
salgono in folla anche le non chiamate
(Quali di esse amai, quali mi amarono,
e chi mi disse:”Andiamo”, a chi risposi:”Sempre”,
chi dopo tanto lasciai, da chi fui lasciato,
con chi percorsi una strada,di chi attesi la voce
e chi passò veloce dentro i miei giorni ?)
(Da molti aspettai vicinanze, da molti una guerra,
di quelli che più m’accostarono chiesi la morte
tanto così m’affamava la loro presenza.
Con tutti compii un tragitto
breve, inconcluso,
di alcuni conobbi l’ansia,
di alcuni il rancore,
per altri appresi un passato
di insidie, di incanti,
e chi chiamò piangendo,
chi rise e disparve).

Sostano finalmente
nella mia camera ombrosa,
si sovrappongono i volti,
sono confuse le voci,
al mio cauto richiamo
rispondono chiamando,
dal mio desiderio adunate
ripetono il loro apparire.

Tornano nel mistero
mai veramente toccate
– con loro fui quello che ieri
si aggirò nel recinto
annodando parole,
dalle parole vinto.

( da “Poesie 1975-1995”, ed.Empiria ,pp.121-122)