17 gennaio 2017

17 gennaio 2017- Ancora a proposito dei giovani e della loro ansia di successo. Non avendo orecchi per chi, più esperto, li avvisa: si lasciano incantare dalle facili sirene. E, soprattutto in questa città “eterna”, le sirene si sono decuplicate e , se pure il loro canto è stonato, ancora seducono. La faccenda dolorosa è che la società  odierna, per sentirsi in qualche modo viva e attiva,  si dispone ai consumi facili : che incenerisce assai presto per passare ad altri arbusti e arbustelli . Il tutto è notevolmente peggiorato dal gruppuscolo dei mediocri e mediocrissimi che scelgono e chiamano senza discernimento, solo bisognosi di giustificare e promuovere la loro stessa presenza.

Nei decenni passati, quando la mediocrità dei promotori era meno prorompente, ho visto finire nel nulla  molti e moltissimi, fra cui  anche  persone di talento: in cerca  di immediati successi, disposti a tutti i richiami,  si sono spesi subito e interamente. Dei più  resta nella memoria qualche nome, di altri sono  tuttora evidenti la delusione e il rancore.  Ma, vale ricordarlo,  l’ambizione vera , quella che porta a esiti durevoli, è umile e ha passi lenti. Soprattutto ha consapevolezza dei propri strumenti e sa figurarsi gli strumenti che occorrono per ottenere  giuste attenzioni e  veri esiti.

 

 

da Anise Koltz

ELIO PECORA

ANISE KOLTZ

(da Somnambule du  jour,  ed.Gallimard, 2016)

Galassie interiori

 L’oceano da cui ero uscito

ha milioni di anni

si risveglia in me

quando ti amo

 

Nei miei abbracci

lascerò sul tuo corpo

frammenti di conchiglie

 

IL tuo letto

sarà ricoperto

da uno strato sottile di sabbia

*

IL mondo continua a ruotare

nei miei sogni

 

Orbite di parole

descrivono una strana poesia

 

Ho dentro galassie

 

L’universo aggrava

ognuna delle mie parole

*

Ignoro per chi

e perché vivo

 

Ignoro per chi

e perché muoio

*

Di dove sono venuto?

 

Sono calmo

e sono elettrico

 

quale mente m’ha dato

la mia mente?

*

Le mie mani

non hanno nessuna geometria

e pure il mondo intero

è iscritto

nelle mie palme

*

Chi sa

chi sono?

Le mie impronte digitali

cambiano ogni giorno

*

La mia testa gira

intorno a soli sconosciuti

 

Io mi allontano sempre più

da me stessa

divisa fra nuove possibilità

di luce

*

Esploro la mia testa

là dove i pensieri

diventano impensabili

nascosti

nel fondo paludoso

del mio cervello

*

Il tempo iscrive

le sue immagini

 

Io cerco parole adeguate

per costruire

spazi di silenzio

*

Nessuna leggenda

mi appartiene

 

Nessuno finirà

la mia storia

 

Il mio passato

senza ritorno

si mischierà alla terra.

 

Tutta questa vita

un’equazione

che resta da dimostrare

*

Cammino

dentro me stesso

senza mai arrivare

 

l’invisibile mi perseguita

 

Nella geografia

del mio cervello

l’impensabile

dove risiede?

*

La mia età mi pesa

la mia memoria è scaduta

 

Mi guardo

guardare

i paesaggi accatastati

sotto le mie palpebre

*

Il deserto è una terra

di assenza

di silenzio

 

una notte chiodata

rischiara questo spazio sconsacrato

*

Sole senza fine

inchiodato nel cielo

mi apro alla tua distanza

 

La distanza

essendo la nostra prossimità

 

Tu ti svegli

e ti corichi con me

 

Ogni raggio

segna una sete

che mi traversa

che mi fa esistere

*

Della nostra nascita

abbiamo fiutato il sangue

 

Le immagini del diluvio

tappezzano ancora

la nostra memoria

 

Noi camminiamo senza mappe

appesi al mondo

con una spilla di sicurezza

*

Nel bianco della pagina

e nella mia scrittura

s’è installato

un pezzo d’inferno

ultimo segno del cielo

*

La lingua traveste

la realtà

 

Le parole non contengono

gli oggetti

 

La verità raggiunta

non è che una finzione del reale

*

Quale destino si nasconde

sotto le mie palpebre chiuse?

 

Inventa

un’altra realtà del mondo?

 

Le sequenze si seguono

dentro un nuovo ordine

 

Allertano il sangue

orchestrano apparenze ingannevoli

 

Defilano costellazioni

davanti al mio schermo interiore

 

Appaiono personaggi

fatti della materia dell’ombra

 

Fino a che la notte emigra

prima che appaia il giorno

*

I battiti del mio Cuore

segnano il ritmo

delle mie poesie

 

Il respiro del mondo

si accelera

 

La pagina brucia

senza bruciare

*

Dopo il mio migrare

per tanti corpi

i secoli s’accatastano

sulle mie ossa

 

La mia ombra batte

contro ogni parete

 

Il mondo è virtuale

 

Il visibile

resta invisibile

*

La corrente della vita

che mi traversa

non ha ritorno

 

Quando m’immergo

in me stesso

vedo la terra intera

che ruota nel mio sangue

*

Ogni poesia

che scrivo

esiste da sempre

 

Viaggiando con la luce

la capto

 

facendola vibrare

con le erbe del campo

*

A René

 

Tu traversi il mio letto

come quello di un fiume

 

Ti riposi

sulle mie rive

 

Nel mormorio dell’acqua

ascolti le mie parole

 

L’acqua è il mio messaggero

porta il mio amore

*

E’ sempre troppo tardi

o troppo presto

 

Ogni volta che mi uccidi

la luce rinasce

nei miei occhi

 

Un nuovo giorno si leva

senza età –

malgrado un passato

millenario

 

Il mondo cambia

senza cambiare

 

L’eternità

dirottata senza tregua

verso punti desueti di riferimento

*

Porto in me

ricordi di altre vite

 

Ogni volta torno

nei miei sogni

dove vaneggio

come un compasso storto

*

M’incendi

col sole violento

del tuo arrivo

 

Sei una poesia

in caratteri braille

che mi brucia le dita

quando leggo

 

Viviamo

in un mondo

di fuoco

*

Il cammino si fa

andando

 

Ogni passo

pesa più

di un destino

*

Anche la parola

masticata e rimasticata

che propongo

attraverso il tempo

è un altrove

che non conosco

 

Ogni volta la parola ignora tutto

del suo soggetto

 

Ogni volta rifiuta di lasciarsi

allettare

nella scrittura

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cupe leggerezze (Poesie agosto 2016)

Stupori!

Che spasso, mi godo lo scasso!

… Se resto seduto sul niente

non è un incidente!

 

Sul punto di piangermi addosso

mi trovo a ridosso

di una indiscussa mancanza.

Con quale pressanza

si nega a se stessa

perfino la cauta speranza!

 

Occorre saldezza

se annaspi, se affondi?

IL dolce sopore.

la sospirosa incertezza!

*

La ragione!

Che la ragione sia

tutta un sistema

di frasi monche,

un offuscato diadema

 

lo sanno in tanti:

stropicciata bandiera

pende su un muro scrostato

da una ringhiera.

 

( L’orbe ruota nel vasto

spazio riscritto

da torme di sguardi spersi

nell’inquietante soffitto.)

 

Che attendere altro

travalicando i bastioni

delle galassie, contando

le corse ai protoni

 

se non la voce chiara

che ci raggiunga, ci additi

il passo certo,

i viadotti smarriti?.

*

                    Divagazioni sul niente

 Di tutti i libri letti

non ne ha letto nessuno,

forse bastava leggerne

uno, soltanto uno.

 

L’intendere a fondo

è solo un’intenzione,

un portello bloccato

dentro la dispersione.

 

Capita anche al sapiente

di sentirsi infognato

nel desiderio coatto,

nell’assillo insensato.

Capita anche allo sciocco

di sentirsi sapiente

quando si cerca nel poco

e si conosce nel niente.

 

Se niente è un fonema.

dunque l’eco di un vuoto,

pure resta il problema:

<Da che mi riscuoto?

 *     

                    Lettera di demerito

 Scrivo da un mondo stretto

dove, in grande dispetto,

l’esistenza s’avvolge nello strame

e l’imbroglio, le trame

fanno il pieno all’orrore.

Vuota parola il cuore

è l’organo che pulsa difettoso

e l’ansia mai a riposo

scuote piedi e cervelli.

Sotto enormi fastelli

corrono le giornate,

dietro porte inserrate

nel sonno il sogno include le paure.

Quali strade sicure

restano a chi si crede ancora degno

dell’onesto congegno

che accende il sole e colora i giardini?

Quali chiari destini

può promettersi ancòra

se rifugge ed ignora

la sua più che accentuata sudditanza

lui, l’architetto della devianza?

Certo è che alla denuncia

del totale pastrocchio la rinuncia

risulta una bugia:

vale dunque azzittirsi … e così sia

*

             Inferni appropriati

“non è senza stagione andare al cupo,”   Dante,    

                                                       Inferno, Canto VII

Caronti a frotte traghettano verso inferni

di vuote parole, di promesse bugiarde.

 

Hanno occhi obliqui, gonfi zainetti, giacchine

strette sui fianchi, passi lesti, puntute

le scarpe, gesti corti, accannati.

 

Li segue una folla stordita, immenso il rumore

che frange i muri, stipa le attese e le svuota.

 

Mai più il messaggero passa di stanza in stanza,

nessuna nuova da ricevere o dare,

solo una ressa di facce s’accorpa nel buio,

 

di tanto in tanto un grido, un riso convulso:

la pena è questa, questa la norma asservita.

 

Ci fu una stagione, nella memoria confusa,

in cui ciascuno si finse un giardino felice,

nemmeno resta il fiato di quel desiderio.

 

Così la fiumana avanza, intoppa l’abbrivo.

*  

                Palingenesi

 Non sa dove portare

il tempo e la voce,

l’uno incide le voglie,

l’altra azzarda silenzi.

 

Ci furono giorni

in cui tutto parve compreso

per una netta geometria

e il braccio s’ accordò con il ramo,

l’ora con la sua luce.

 

Ci sono giorni in cui tutto,

per un brevissimo istante,

si mostra fermo, compreso:

ed è solo un istante

ed è tutto.

 *

                   Sensazione

E’ tutto un raggiro

quel giro

di scontentezze rapprese,

fuori un paese

solo di nuvolaglie

 

Stretta dentro le maglie

di una storia sbagliata

la mente stralunata

vagola nella nebbia,

 

e vacilla, s’insabbia,

cerca un accordo,

raccoglie un grido sordo,

un’eco arrocata.

 

Poi si scioglie, si spacca,

si stempra, s’allappa,

torna alla sua vaghezza

-forse d’immisurabile

vuotezza.

*

                   Esclamazioni con tonfo

 

Quanto dei sentimenti

discorrono i sapienti!

 

Ahi, la psiche in lotta!

Oh, la feroce flotta

delle invidie e dei torti,

degli amori contorti,

delle false opinioni,

degli stolidi doni!

 

Dentro strette catene,

in putride cancrene,

si rivoltola il mondo.

E qui, nello sprofondo,

chi oserà più dire:

< Il Sole!…L’Avvenire!…>

 

 

14 gennaio 2017

14 gennaio 2017-  E’ doloroso ammetterlo, ma una parte considerevoli dei giovani che conosco vagolano nella presunzione,  dunque nell’arroganza. Per di più inconsapevolmente. Ma si può mai essere consapevoli della proprie mancanze senza far niente per uscirne? E’ che ignorano la misura di sé, delle proprie forze e dei propri limiti. E solo conoscendo una tale misura si può operare fruttuosamente.  Vissuti ed educati in un’epoca di falsa tolleranza, di accettazione inerte del tutto e del più,  hanno usufruito di ampi comodi e ignorano quanto ogni buon esito venga da  scelte chiare, anche sofferte, e da fatiche. E scelte e fatiche richiedono lunghi tempi e umiltà e costanza.  Ma questi attendono e pretendono molto , intanto che annaspano   in una ragguardevole ignoranza. “Tutto e subito” è scritto sulla loro bandiera! Se  gli si può addossare una sconfortante ingenuità, non basta a chi ne vuole una qualche crescita interiore, persistere nell’appoggio e nella protezione. Né assistere al teatrino di vanità che, elimando confronti e distanze,   nasconde male la loro ansia  di successo.

 

31 dicembre 2016

mi accade di tornare al diario, anche se di rado, e di scrivere qualche riga e subito di cancellare. In un periodo di tempo in cui ogni ora e ogni giorno si concludono in brutture, rovine. Lascia stupefatti la capacità che hanno  in tanti – da giornali e mezzi vari di comunicazione –  di spiegare, interpretare, giudicare. Mai stati così disinformati in tempi di tanta informazione. Mai tanti che discorrono di cielo e terra e con un accanimento pari soltanto al poco che  sanno e al pochissimo che intendono. E’ un punto d’arrivo molto ignorato il silenzio. Assistiamo quotidianamente a risse e a processi. E’ rimbombante il chiacchierio.   Ed è così generale e perpetrata l’aggressione che viene da pensare a quanto gli aggressori si portino dentro di proprie scontentezze. Perchè, solo assalendo l’altro e gli altri, ci si distrae  dagli assalti interiori.

Ci si trova, per fortuna molto sporadicamente, in adunanze nelle quali tutti si distribuiscono elogi, dei quali è pure facile sentire la stonatura: ognuno sa di star partecipando a un gioco di maschere, dal quale si uscirà anche più afflitti e manchevoli di quando vi si sia entrati.

In un gruppo di teatranti, alcuni  anche di valore,  durante una cena si parla di Pasolini. Presto andrà in scena  un dramma che ne tratta la sessualità e ovviamente l’orribile fine. Una giovane donna si chiede come mai, dopo le sue uscite notturne, tornasse a dormire nel suo lettuccio, nella stanza accanto alla stanza della madre.   A questo si riduce lo scandalo di una così ardita presenza? Per tornare a leggerlo bisognerà aver superato certi morbosi pregiudizi.